L’odio è diventato di moda

febbraio 8th, 2018 | by admin
L’odio è diventato di moda
Articoli
0

di Zouhir Louassini. L’Osservatore Romano (il Settimanale)

Se c’è una lezione da imparare dalla storia è che dalla storia gli uomini non imparano molto. «Ciò che l’esperienza e la storia insegnano è questo: che uomini e governi non hanno mai imparato nulla dalla storia, né mai agito in base a principi da essa edotti» scriveva Hegel. Mi guardo intorno e vedo tanto odio. Leggo i giornali e seguo i commenti che riempiono la rete: molti mezzi d’informazione sono diventati fonte di animosità e rancore. Come quei titoli a nove colonne che non sono altro che insulti, generalizzazioni e offese sommarie, parole che offendono l’essere umano e la sua dignità.

Non ci sono più dubbi: incitare all’odio è di moda, in questi giorni, e molti giornalisti non esitano a cavalcare l’onda. Non è quindi inutile ricordare due episodi dalla storia contemporanea utili per ripensare questo modo inutilmente offensivo di interpretare uno dei mestieri più nobili: il giornalismo. Nel 1946, a Norimberga, tra i condannati per crimini contro l’umanità vi fu anche Julius Streicher, editore e caporedattore del settimanale «Der Stürmer», una testata violentemente antisemita. Al capo nazista venne mossa l’accusa di aver istigato all’odio razziale attraverso le colonne del suo giornale.

Nei dibattimenti processuali Streicher si mostrò triviale e ottusamente saldo nei suoi convincimenti, fondati sulla «diversità» e sulla «perversione» del popolo ebraico. Cercando una linea di difesa efficace, dichiarò di essere stato soltanto un «filosofo», quindi di non essere perseguibile per l’attuazione pratica delle proprie idee. La sua era la logica della non responsabilità di chi incita all’odio, sostenendo che non uccide nessuno.

La storia ci conserva la replica del procuratore britannico, il tenente colonnello Mervin Griffith-Jones: «Giudice, può darsi che l’accusato non sia stato direttamente coinvolto nei crimini contro gli ebrei» e «tuttavia riteniamo che il suo crimine non sia meno grave perché ha reso possibili questi atti, ha reso possibili questi crimini, crimini che non sarebbero mai stati commessi senza il suo sostegno e quello dei suoi simili. Ha guidato la propaganda e l’educazione del popolo tedesco a tal fine».

Il 14 dicembre 1946, meno di due mesi dopo il processo di Norimberga, l’assemblea generale delle Nazioni Unite votò nella sua prima sessione la risoluzione 59, nella quale si legge che «la libertà di informazione richiede necessariamente la volontà e la capacità di usarla senza abusarne. Richiede come principio fondamentale l’obbligo morale di cercare fatti senza pregiudizio e di diffondere informazioni senza intenzioni malevoli».

Dalla Norimberga del 1946 passiamo ad Arusha, in Tanzania, nel 2003. Qui i giudici del processo sul genocidio in Ruanda non esitarono a condannare giornalisti e direttori di media per crimini contro l’umanità. Nessuno di loro aveva ucciso con le propri mani, è vero. Ma furono dichiarati colpevoli per aver usato un linguaggio capace di generare «passioni assassine».

Quanta ragione aveva Joseph Pulitzer quando affermava che «la nostra repubblica e la sua stampa saliranno o crolleranno insieme»! Molte idee rivelatesi valide per favorire l’evoluzione della nostra società europea hanno avuto come matrice un modo responsabile di fare informazione.

La strada presa ultimamente da alcuni giornalisti preoccupa perché stiamo vivendo un momento difficile, di piena crisi economica e morale. È proprio in momenti come questo che è ancora più vitale un’informazione vera e di qualità, l’unica salvezza per chi crede ancora nei valori della democrazia e della convivenza pacifica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *