Connect with us

Articoli

Quale islam?

L’origine del jihadismo risale agli anni Venti, epoca di visioni totalitarie non solo nel mondo islamico. Per varie ragioni storiche esplode veramente negli anni Duemila e si alimenta delle forze che lo vogliono contrastare.

Dei quattro califfi che succedettero al profeta Maometto, tre furono uccisi. La lotta per il potere che l’Islam conobbe ai suoi inizi è molto lontana dall’immagine idilliaca che alcuni musulmani, soprattutto i più ortodossi, conservano della loro religione. L’ideologia jihadista per esempio, si fonda sulla possibilità di tornare indietro nel tempo, fermandolo all’“epoca dorata” che comprende la vita del profeta e dei suoi compagni.

L’idealizzazione del passato è la dottrina principale di una visione del mondo incapace di assimilare, rifiutandoli, i cambiamenti della realtà moderna nelle società islamiche. È la sintesi, in un certo modo, della frustrazione vissuta da un mondo arabo incapace di stare al passo con le trasformazioni globali, rimanendo quindi al margine della storia. Quello che la stampa occidentale, soprattutto quella italiana, considera un pericolo, non è altro che un problema, serio certamente, che bisogna affrontare con lucidità.

Il jihadismo e la sua violenza spesso ci impediscono di riconoscere i veri pericoli di cui bisognerebbe, invece, essere coscienti. Per focalizzare il pericolo reale, probabilmente, occorre con urgenza mettere tutta l’ideologia jihadista, che non è altro che un’estensione dell’islam politico, all’interno del suo contesto storico e sociale.

Tutto inizia con i Fratelli musulmani che nascono come associazione segreta nel 1928, in Egitto, pochi anni dopo la caduta dell’impero Ottomano. Gli inglesi occupavano il Paese e la presenza occidentale era vissuta come l’imposizione di valori stranieri che miravano alla distruzione dell’islam.

In campo internazionale: siamo nel periodo storico in cui il fascismo e il nazismo iniziano ad avere seguaci ovunque. La concezione nazionalista di questi due movimenti ha influenzato certamente la visione ideologica dei Fratelli; ma con una differenza molto rilevante: il nazionalismo, per loro, non è solo una proiezione territoriale: è soprattutto un’appartenenza religiosa.

Finalmente, il conflitto arabo-israeliano. Nel 1935 i Fratelli entrano in contatto con Amin al-Husseini, il Gran Mufti di Gerusalemme, e partecipano alla rivolta araba in Palestina nel 1936. Nel 1945, Said Ramadan crea un braccio armato del movimento che ha l’obiettivo di combattere il movimento sionista. I Fratelli Musulmani, non a caso, partecipano attivamente alla guerra arabo-israeliana del 1948.

L’organizzazione, considerata da molti osservatori un movimento populista, non ha mai smesso di usare il suo motto, che sintetizza tutta la sua ideologia: “Dio è il nostro obiettivo, il Profeta è il nostro capo, il Corano è la nostra legge, il jihad è la nostra via, morire nella via di Dio è la nostra suprema speranza”.

Più chiaro di così…

Anche se questo movimento islamista fu fondato da Hassan al-Banna (1906-1949), si può affermare che l’ideologo per eccellenza dei Fratelli sia Sayyid Qutb (1906-1966). La sua opera è, in generale, un vero “manifesto” dell’islam politico. Qutb sostiene che l’Islam sia in crisi. I milioni di persone che si dicono musulmani di fatto non capiscono bene la loro religione. Semplicemente: non sono dei veri musulmani. Bisogna, allora, ritornare ai valori originari, quelli veri. Tale ritorno necessita, per guidare le masse, di una élite che giochi lo stesso ruolo dei compagni del Profeta agli albori dell’islam. Questa élite è stata chiamata da Qutb, in più di un libro, annawâte assalba (letteralmente: “nocciolo duro”). Quindi l’obiettivo è quello di ri-islamizzare la società perché l’islam è la soluzione per affrontare tutti i problemi politici, economici e sociali. Un discorso semplice e chiaro che va dritto al cuore di una società che si sente vittima “di un complotto internazionale sionista”. La logica del complotto è, infatti, parte integrante della visione ideologica di Qutb.

I commenti che fa al Corano e soprattutto l’interpretazione della sura 57 (al-Hadid) e 112 (al-Iklhas), fanno sì che Sayyid Qutb sia considerato il padre dell’apostasia (al-Takfir). Qutb giustifica così l’uso della violenza e del terrorismo contro i non-musulmani e gli apostati, nel tentativo di portare il regno di Dio. Non è casuale allora trovare nomi come Osama Bin Laden, Ayman Al-Zawahiri e Abdullah Azzam, tra coloro che hanno messo in pratica questi princìpi, con la creazione di organizzazioni terroristiche orientate a un piano d’azione globale.

Il jihadismo, come lo conosciamo oggi, non è altro che il frutto di un pensiero totalitario che usa la religione per nascondere i propri obiettivi politici e la lotta per la conquista del potere. Un pensiero che considera la modernità – tutta la modernità – come un pericolo. Perché è vista esclusivamente come frutto dell’evoluzione della cultura occidentale, concepita come antagonista alla religione islamica. Un pensiero che trova un amplissimo supporto ideologico nella letteratura della “fratellanza musulmana”.

Questa ideologia trova terreno fertile nella realtà dei paesi islamici, anche perché l’Occidente non riesce a trovare un “rimedio” diverso da quello militare. La cultura dominante nei paesi musulmani vuole che religione e governo siano tutt’uno.  Un fatto che “semplifica la vita” a chi vuole usare la fede per arrivare al potere. Trasformare le rivolte della “primavera araba” in rivoluzioni islamiche, per esempio, è stato agevolato anche dall’ambiguità delle forze politiche laiche, chiamate a proporre un progetto politico scevro da qualsiasi connotazione religiosa. Non potevano né possono farlo senza essere visti come la quinta colonna dell’Occidente nemico.

Quando “Le Monde” in un editoriale (11-07-2013) afferma che “l’islamismo non è un progetto di governo” dimentica che nella zona ci sono due paesi, che anche se con grandi differenze, sono governati da questa ideologia: Iran e Turchia.

Da un lato la Turchia, paese costituzionalmente democratico e laico, che fa parte della maggioranza sunnita; dall’altro l’Iran, paladino dello sciismo e stato teocratico per eccellenza. Due paesi così diversi, con divergenze politiche mai nascoste, avrebbero lo stesso riferimento ideologico?

Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi), al governo di Ankara dal 2002, nato nel solco della tradizione dell’Islam politico, l’ha moderata per volgersi verso una “democrazia conservatrice”. Per questo non mancano quelli che affermano che l’AKP avrebbe un’agenda “nascosta”, coincidente con quella, dichiarata, dei Fratelli Musulmani.

Il fondatore del partito e attuale presidente dello Stato, Tayyeb Rejeb Erdogan, fu imprigionato nel 1998 dopo essere stato giudicato colpevole di incitamento all’odio religioso per aver declamato pubblicamente i versi del poeta Ziya Gökalp: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati…”. Da quando è arrivato al potere, dopo aver smussato alcune asprezze del suo discorso, non avrebbe fatto altro, secondo alcuni, che cercare di minare la laicità dello stato.

Nel caso dell’Iran sembra difficile a prima vista qualsiasi tipo di relazione tra i Fratelli Musulmani e la Repubblica Islamica Iraniana. In effetti, la Fratellanza trova la sua fonte teologica nel radicalismo sunnita, mentre l’Iran è il paese sciita per eccellenza. Invece la connessione c’è e la troviamo proprio nella rivoluzione Khomeiniana.

Michael Prazan, autore del documentario “Fratelli Musulmani: ultima ideologia totalitaria”, spiega che nonostante le differenze teologiche e religiose bisogna essere consapevoli del fatto che, da un punto di vista ideologico, ci sono pochissime differenze tra la rivoluzione islamica iraniana e la fraternità.

Nel 1954 il famoso dottore di religione Navaf Safavi (1924-1955)] si recò al Cairo su invito di Sayyid Qutb. Safavi aveva letto tutti i suoi libri e ne condivideva le idee, anche quella di reislamizzare la società. Alla fine del viaggio Safavi decise di cambiare il nome del suo movimento da Fedayeen dell’Iran a al-Muslimeen Ikhuan (i Fratelli Musulmani). Safavi è stato quello che introdusse al pensiero della fratellanza il leader della rivoluzione iraniana, Ayatollah Khomeini. Quest’ultimo citava spesso Sayyid Qutb nei suoi discorsi.

Un dato indicativo potrebbe essere la traduzione di due dei volumi più importanti di Qutb in persiano dall’attuale leader supremo della rivoluzione iraniana, Ayatollah Khamenei. Questi due volumi sono stati ampiamente diffusi in Iran e considerati fino a oggi tra i libri islamici più letti. Non è casuale dunque che le idee di Sayyid Qutb si trovino nei principi fondamentali della Repubblica Islamica Iraniana.

Il viso pragmatico e, se vogliamo “moderato”, dell’islam politico, non può nascondere che il jihadismo moderno nasce dallo stesso embrione. Al-Qaeda, l’Isis, Boko Haram e tutti i movimenti violenti che fanno riferimento alla religione islamica non sono altro che una sfumatura di un’ideologia che guadagna terreno ogni giorno. Se non c’è una visione globale per capire la radice del problema, tutti gli sforzi militari – se non sono accompagnati da un progetto culturalmentevalido che evidenzi la complessità della situazione mediorientale, le difficoltà e i conflitti reali – non saranno sufficienti per combattere un cancro che sta divorando per il momento gran parte del mondo arabo islamico. Per il momento.

Articoli

La Geopolitica dei Media

Università Luiss-Roma

Nell’ambito delle attività del Master #SoG in Politiche e Management del Medio Oriente e del Nord Africa, diretto dalla Prof.ssa Francesca Maria Corrao, abbiamo ospitato

Zouhir Louassini

, scrittore e giornalista di

RaiNews

con un intervento su “La Geopolitica dei Media”.

Continue Reading

Articoli

الواسيني: التفاهة وليدة “مجتمع فاضح” .. والإعلام “بوق صادح”

ما يوجهه البعض من اتهامات لوسائل الإعلام بمسؤوليتها في نشر التفاهة في المجتمع يمكن أن يكون فرصة جيدة لدفع العاملين في قطاع التواصل إلى فتح نقاش حول ما آل إليه الحقل الإعلامي في بلادنا.

كثيرون ممن يؤيدون أحكاما قاسية في حق البعض ممن يسيئون استعمال شبكة التواصل الاجتماعي، أو يوجهون انتقادات لمن يستمتع بنشر “تفاهاته” في الفضاء العام، يعبرون عن إحساس جماعي يصب في اعتبار الآلة الإعلامية في المغرب منتجا للسطحية المتفشية في المجتمع؛ وهو إحساس مبني على حالات معينة وجدت في بعض وسائل الإعلام حليفا مخلصا لتسليط الضوء على وجوه عرفت كيف تستفيد من مناخ عام تستهويه الفرجة وتقرفه المعرفة.

لا يمكن إنكار دور الإعلام وتأثيره في المجتمعات، كما لا يمكن الاستهتار بدور المجتمع في رسم معالم الطريق لأدوات تقتات بنسب المشاهدة وعدد المتابعين. بكلام آخر فإن وسائل الإعلام بكل أنواعها لا تعدو أن تكون في بعض الحالات مجرد مرآة تعكس الواقع الذي تنمو في أحضانه.

التفاهة قد تكون وليدة المجتمع والإعلام مجرد بوق يصدح بها لأن ذلك يتم ترجمته بعدد اللايكات التي قد تكون بدورها منفذ رزق للبعض أو إشباعا لغرور البعض الآخر أو كلاهما معا. فالإعلام، وخاصة ذلك الخصوصي المبني على لغة مقاولتية محضة، يعرف أن الطريق الأسهل للربح هو تكريس نمطيات المجتمع وليس تغييرها.

لذلك ربما وجب فتح نقاش في اتجاه فهم آليات العمل في الحقل الإعلامي حتى يتسنى تحديد المسؤوليات بشكل ناجع، وبعد ذلك البحث عن سبل تسمح بتصحيح مسار جزء مهم من هذا الجسم الإعلامي، ذلك المرتبط بمهنة الصحافة، وهي بيت القصيد هنا، التي تتميز بكثير من الضبابية في بلادنا.

نعم فإذا كانت من ملاحظة يجب التأكيد عليها في مجال الإعلام فهي الخلط بين مفاهيم مرتبطة بطرق التواصل. هذا التحديد قد يساهم في إنقاذ العمل الصحافي من تحمل مسؤوليات ليست من اختصاصه وليست له بها أي علاقة.

قد يكون مجديا في هذه الحالة استيعاب المقصود بوسائل الإعلام وتحديد أنواعها ودور العاملين بها قبل إطلاق أحكام تعميمية لا تساهم في خلق نقاش إيجابي يمكنه المساهمة في تحسين المنتج الإعلامي في بلادنا.

الحل قد يكون في تقنين أفضل للعمل الصحافي كي لا يبدو شريكا في عملية التسطيح العامة التي أصبحت الخبز اليومي لأغلب وسائل الإعلام. هذا التقنين الذي يمر لزاما عبر احترام صارم لأخلاقيات المهنة التي تتجلى في الوقت الراهن كآخر طوق نجاة لحرفة أصبحت مرتعا لكل من هب ودب.

وأول الطريق خطوة تكشف التباس الأدوار وتحددها. يجب التمييز وبوضوح بين مهنيي الصحافة ومنشطي البرامج الترفيهية وكل من يعبر عن رأيه في وسائل التواصل الاجتماعي…الخ. لا يمكن وضع الجميع في الخانة نفسها. المهام تختلف وكذلك المسؤوليات.

ثم هناك موضوع يجب طرحه بكل شجاعة: الصحافي ليس مناضلا ولا ناشطا سياسيا، بل هو حرفي عليه أن يحكي ما يراه أو يعبر عن رأيه معتمدا على معطيات. من يتبجحون بنشاطهم السياسي أو نضالهم الحقوقي ويغلفون ذلك بالعمل الصحافي فهم يسيئون للصحافة وللنضال معا. ترك مسافة بين المواقف والأيديولوجيات الشخصية والعمل الصحفي هو سر نجاح هذه المهنة.

هناك قاعدة يعتمدها الإعلامي الناجح في الدول الديمقراطية: “اليميني يجب أن يرى فيك يساريا واليساري يجب أن يرى فيك يمينيا”. الصحافة تقوم بمهمتها حينما تقف على نفس المسافة من الجميع. هذا لا يعني عدم وجود قناعات لدى الصحافي، إنما المقصود هو عدم إظهارها ساعة عرض الوقائع.

وهنا لا بد من الإشارة إلى أن هذا الخلط بين العمل الصحافي والنشاط السياسي لدى العديد من الإعلاميين هو إرث تركته الصحافة الحزبية، التي وإن كان لها دور الريادة بعد الاستقلال فإنها كانت سببا في تنميط الكتابة الصحافية وتلوينها بقواعد “محلية محضة”، أبعدت الصحافي عن أهم ميزة يجب أن يتوفر عليها: الحياد.

أعرف أن هذا الرأي لا يعجب الكثيرين ممن يشتغلون في الحقل الإعلامي في المغرب، ولكني أعتقد أنه من الضروري الانطلاق من هنا لكي نبني صحافة جديدة واعية بالتحديات التي يفرضها علينا عالم اليوم وتحولاته السريعة.

إن مشكل الإعلام وتحديد مفاهيمه ليس حصرا على المغرب، بل هو مشكل عالمي يجب الخوض فيه بكثير من الحذر، وذلك لتشعباته التي يصعب حصرها في مقالة، ولكن الاستماع لمن يرد انهيار القيم وانتشار التفاهة داخل المجتمع لوسائل التواصل أراه فرصة لفتح نقاش بين المشتغلين في حقل الإعلام أولا، لكي نحاول جميعا البحث عن أنجع السبل حتى تتسنى للصحافة المساهمة في خلق فضاء عام واع ومتنور.

Continue Reading

Articoli

إعلامي مغربي يخيّر الرميد بين الدفاع عن الحريات أو الاستقالة

خلقت تصريحات مصطفى الرميد، وزير الدولة المكلف بحقوق الإنسان والعلاقات مع البرلمان، خلال رده على تعقيبات النواب البرلمانيين بخصوص مسألة الحريات الفردية، أثناء مناقشة المجلس الوطني لحقوق الإنسان، الكثير من الجدل، إذ اعتبر أن الحريات “يجب ألا تكون مطلقة، بل في حدود، لأن الحرية الفردية تخضع لمنظومة القيم السائدة في المجتمع”.

الوزير مصطفى الرميد، وفي الموعد ذاته، وصف فرنسا بأنها “الوجه الآخر لطالبان”، في إشارة إلى ما اعتبره تضييقا على المحجبات بالبلد الأوروبي، معبرا عن رفضه للعلاقات الجنسية الرضائية، والإجهاض، وداعيا إلى عدم الغلو في المطالب، والاتفاق على الحلول الوسطى.

زهير الواسيني، الإعلامي المغربي بالتلفزة الإيطالية، اعتبر أن الوزير المغربي سقط في فخ الإيديولوجيا التي ينتمي إليها سياسيا، مطالبا إياه بالدفاع عن الحريات في البلد أو تقديم استقالته.

:وإليكم المقال كما توصلت به الجريدة الإلكترونية هسبريس من كاتبه الإعلامي بإيطاليا زهير الواسيني

مرة أخرى يسقط وزير الدولة المكلف بـ”حقوق الإنسان” مصطفى الرميد في فخ الإيديولوجيا التي ينتمي إليها سياسيا بتشبيهه فرنسا بحركة طالبان الأفغانية. فبالنسبة للوزير المغربي لا فرق بين من يفرض ملابس تحترم فهما خاصا للشريعة الإسلامية، ومن يقنن قواعد معينة لاحترام التعايش في مجتمع علماني متعدد الإثنيات والديانات.

ليست هذه هي المرة الأولى التي يؤكد فيها السيد مصطفى الرميد عدم فهمه لتحولات العالم واقتصاره فقط على ترديد كلام قد يجد له صدى داخل مجتمع محافظ، كذلك المغربي، ولكنه بعيد كل البعد عن لغة المسؤولية التي يفترض وجودها في شخص أنيطت به مهمة صيانة حقوق المواطنين.

الدفاع عن حرية الأشخاص وكرامتهم لا علاقة له بقناعاتنا الشخصية، بل هو منظومة وضعت خصيصا لضمان حقوق الجميع وبدون تمييز. “وجميع هذه الحقوق مترابطة ومتآزرة وغير قابلة للتجزئة”، كما يؤكد الإعلان العالمي لحقوق الإنسان مثلما اعتمدته الأمم المتحدة.

ما لم يفهمه السيد الوزير إلى حد الآن أننا لسنا أمام قائمة طعام نختار منها ما تشتهيه أنفسنا ونزدري ما لا يعجبنا. هذا ما يفسر تبريراته المتكررة لقوانين وممارسات بعيدة كل البعد عن فلسفة احترام الإنسان. بالعربي الفصيح: لا أحد يطلب من السيد الرميد أن يكون متفقا مع من ينادون بالحريات الفردية، فآراؤه الشخصية تهمه هو وحده وعلى الجميع احترامها. ولكن حينما يتعلق الأمر بمهمته كوزير لحقوق الإنسان فإن الأمر يختلف، فإما أن يدافع عن الحريات المتعارف عليها عالميا أو يستقيل.

والمسألة ليست مرتبطة بدرجة نمو مجتمعنا ولا علاقة لها بالسياق الذي نعيش فيه، فالقضية مقترنة بمبادئ واضحة لا تحتاج إلى شرح مستفيض. في مثل هذه الحالات لا مناص من الاعتراف بأن المشكل ليس في حقوق الإنسان، بل في مجتمعاتنا المتخلفة التي تدافع وباستماتة عن تخلفها. هذا كل ما في الأمر. والسيد الرميد يعرف هذا جيدا وإلا لما برر تصريحاته المثيرة بـ”القول بالحرية الفردية يخضع لمنظومة القيم السائدة”. ما يجب أن يستوعبه الوزير ومن يؤيدونه، حتى وإن كانوا الأغلبية، أن القيم السائدة في مسألة الحريات هي التي تخضع لقواعد الحرية الفردية وليس العكس.

السيد الرميد، ومن منطلقات إيديولوجية محضة، يكرس مفاهيم مغلوطة بمقارنة ساذجة بين نظام ينهل تشريعاته من أبشع قرون التخلف الإسلامي من جهة، ونظام حداثي لائكي في مجتمع متطور يعيش مرحلة جدال حاد بغاية البحث عن صيغة لبناء تعايش حقيقي بين مختلف الديانات والإثنيات من جهة أخرى. وهي مقارنة لا تستقيم لا فكريا ولا أخلاقيا لأنها تبدو جزءا من خطاب الإسلام السياسي حينما يتجلى في قمة شعبويته.

تقديم المجتمعات اللائكية في أوروبا كمجتمعات معادية للدين وللمسلمين خاصة هو كلام مجانب للصواب. أكيد أن المجتمعات الغربية التي وجدت ضالتها في نظام ديمقراطي لائكي، والذي، على علاته وهي كثيرة وليس هنا المجال لسردها، أعطاها زخما إنسانيا واقتصاديا لا يمكن إنكاره، تعيش لحظة حرجة من تاريخها، ولكن هذا لا يعني أن هناك مجال لمقارنتها لا بطالبان ولا بأي نظام آخر في مجتمعاتنا المسلمة.

ربما هناك استثناء وحيد هو النموذج التركي الذي أفرزته سياسات أردوغان، الذي ينتمي إلى نفس الفصيل الإخواني للرميد في توجهاته الإيديولوجية، والذي استطاع إيصال دولته إلى مراحل متقدمة من النمو والتطور. الطريف أن نجاح الرئيس التركي تم ويتم في جمهورية تأسست على لائكية الدولة، والذي يبدو أنها ساهمت وبشكل كبير في تطور مجتمع تحترم فيه الحريات الفردية أكثر من أي مكان في العالم العربي والإسلامي. مفارقة على السيد الرميد أن يتمعن حيثياتها التاريخية لكي يكف عن التبريرات الواهية التي تبرز فقط مدى جهله بأبجديات حقوق الإنسان.

Continue Reading

Zouhir Louassini

Giornalista e scrittore. Dottore di ricerca in Studi Semitici (Università di Granada, Spagna). Lavora a Rai News dal 2001. Editorialista su “L’Osservatore Romano” dal 2016. Visiting professor in varie università italiane e straniere. Ha collaborato con diversi quotidiani arabi, tra cui al-Hayat, Lakome e al-Alam. Ha pubblicato vari articoli sul mondo arabo in giornali e riviste spagnole (El Pais, Ideas-Afkar). Ha pubblicato Qatl al-Arabi (Uccidere l’arabo) e Fi Ahdhan Condoleezza wa bidun khassaer fi al Arwah (“En brazos de Condoleezza pero sin bajas”), entrambi scritti in arabo e tradotti in spagnolo. Ha Collaborato con Radio BBC arabic, Medi1 (Marocco)

Marocco