Per sconfiggere l’ideologia jihadista bisogna comprendere l’Islam politico

ottobre 9th, 2017 | by admin
Per sconfiggere l’ideologia jihadista bisogna comprendere l’Islam politico
Interviste
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DI GIOVANNI VIGNA 

Mai come adesso, con le notizie di attentati terroristici che si susseguono un giorno dopo l’altro, i paesi arabi sono considerati a rischio. Tuttavia il Marocco ha una storia differente. Il re, Muhammad VI, ha saputo costruire uno Stato sicuro e stabile politicamente che ha relazioni solide e intense con l’Europa, in particolare con la Francia e la Spagna. Ma anche con l’Italia.

Il percorso formativo e professionale di Zouhir Louassini riflette questo intreccio di culture diverse. Quindi nessuno meglio di lui per comprendere un paese affascinante e ricco di potenzialità come il Marocco.

Quali sono i punti di forza del partenariato tra Italia e Marocco?

“Dal punto di vista degli scambi economici Italia e Marocco possono fare molto di più. Di recente i giornali hanno parlato del progetto della Fiat finalizzato ad aprire un’altra fabbrica nel paese nordafricano. Si parla spesso di una collaborazione ogni giorno più attiva tra i due stati. A livello di capitali privati i francesi e gli spagnoli sono i primi investitori in Marocco. Gli imprenditori italiani partecipano a bandi e appalti. Si limitano ad aspettare le risposte del governo marocchino prima di agire. È una tendenza riscontrata da molte persone che lavorano nel settore. L’ambasciata e i consolati del Marocco sono consapevoli di questa “abitudine” del capitale italiano. Ciò rappresenta un handicap per l’Italia che potrebbe essere più presente in un paese dinamico a livello economico dove imprese come Renault, Peugeot e Nissan hanno investito con decisione”.

Gli imprenditori italiani non vogliono rischiare.

“È un trend generale, non c’è più voglia di mettersi in gioco, la gente vuole andare sul sicuro. D’altra parte, sulla base delle informazioni che arrivano, investire adesso in un paese arabo può essere un rischio. Tuttavia chi conosce bene il Marocco sa che è uno stato politicamente stabile. Negli ultimi dieci anni la crescita economica si è attestata intorno al 4-5%. Un dato positivo se si considera il periodo di crisi. Il Marocco ha un problema grave: l’enorme differenza tra ricchi e poveri. L’assenza di giustizia sociale è un elemento di rischio perché può provocare una reazione da parte della popolazione”.

Di recente gli abitanti della regione del Rif, una delle più povere del Marocco, sono scesi in piazza per protestare. Questo potrebbe minare il clima di pace costruito dalla monarchia?

“Credo che ciò che sta deteriorando il clima di pace in Marocco sia la risposta sbagliata da parte delle autorità. La popolazione del Rif si è ribellata per la condizione di emarginazione in cui si trova da anni. Il governo ha reagito in modo violento e ha messo in prigione molti leader del movimento. Le istituzioni non hanno capito cosa significa essere un paese democratico. Ogni volta che il Marocco fa qualche passo avanti per cercare la sua strada nel mondo della democrazia e della libertà, la vecchia guardia fa di tutto per far ritornare indietro il paese. Questo è un rischio. La monarchia è molto popolare ma se i governanti continuano a giocare con il fuoco potrebbero finire per bruciarsi le mani. La repressione non può essere la strada per risolvere i problemi sociali”.

Qual è stato l’effetto delle Primavere Arabe sul Marocco? Le proteste del Rif possono essere considerate un’appendice di quelle rivolte?

“Certo, a prima vista potrebbe sembrare che il Marocco abbia trovato la risposta giusta alle rivolte popolari. La monarchia ha attuato cambiamenti alla Costituzione. Dopo che si sono calmate le acque il governo e l’amministrazione hanno pensato che, passata la tormenta, si potesse tornare alle vecchie abitudini. Questo è l’errore commesso dalle autorità marocchine. Non è possibile immaginare che un popolo, davanti a una situazione così grave di ingiustizia sociale, rimanga sempre zitto”.

Che cosa fa il Marocco nell’ ambito dell’attività di prevenzione del terrorismo?

“Da questo punto di vista il Marocco sta facendo un buon lavoro, ha un ottimo controllo del territorio, il paese è tranquillo. Dopo gli attentati del 2003 a Casablanca il governo ha preso le necessarie contromisure. Vengono monitorate le persone “a rischio” che si arruolano nell’Isis. I servizi segreti collaborano con i paesi europei e gli Stati Unii. Tutto sommato la situazione non desta preoccupazione. Certo, può succedere quello che può succedere in qualsiasi parte del mondo. Il terrorismo jihadista è fondato su un’ideologia di morte che appartiene a una specifica interpretazione dell’Islam e che potrebbe fare breccia in un paese musulmano come il Marocco, in particolare in alcuni strati della popolazione. Chi decide di fare un viaggio in Marocco corre gli stessi rischi che corre facendo una passeggiata a Roma”.

La scuola per formare gli imam, voluta dal re Muhammad VI, è un esempio da imitare all’estero?

“È un’esperienza che ha prodotto risultati anche in alcuni paesi africani. Inoltre la collaborazione con la Francia e la Spagna è stata utile. La scuola per gli imam è una buona pratica che può essere imitata anche in Europa. Ma il vero problema è non rendersi conto che l’Islam già adesso fa parte della società europea. Invece di perdere tempo è meglio affrontare il problema. Se gli italiani fossero consapevoli che questa è la situazione attuale potrebbero iniziare a ragionare seriamente sull’Islam italiano. Lo Stato deve avere il controllo su questa realtà e l’aiuto di un paese come il Marocco può essere importante. È una questione che deve essere affrontata globalmente dall’Europa”.

L’Islam e la democrazia sono compatibili?

“Questa è una domanda da un milione di dollari. È necessario ragionare a vari livelli. In Occidente mancano gli strumenti per comprendere la realtà islamico-araba. L’Italia non è in grado di svolgere una riflessione approfondita. Se ne sentono tante sull’Islam, siamo in un’epoca di cosiddetti “esperti”, nella quale tutti si permettono di esprimere la propria opinione su qualsiasi tema. Se si parla dell’Islam come pratica religiosa privata e personale, non vedo per quale motivo tale religione non possa convivere con la democrazia. Se invece si parla dell’Islam politico è bene rendersi conto che si ha a che fare con un’ideologia. Se si va a leggere la letteratura dell’Islam politico si comprende come esso si presenti come un’alternativa alla visione occidentale di cui la democrazia fa parte. Il rifiuto della democrazia è innato all’interno dell’Islam politico. L’ideologia jihadista è nata dagli scritti di Sayyid Qutb, leader del movimento dei Fratelli Musulmani. Chi ha letto questi testi sa che tale dottrina si basa sulla negazione dell’Occidente e della società democratica. Si può discutere su vari aspetti ma l’obiettivo fondamentale dell’Islam politico è dominare, non convivere e neppure accettare realtà differenti. Questa ideologia non può essere minoranza. Deve governare. E governando può anche accettare altre culture e religioni ma sempre da una posizione di forza e di dominio. L’Islam politico sta penetrando in Europa ma si fa finta di non vederlo. I nostri paesi non hanno capito la sua logica”.

Che cosa può fare l’Europa?

“L’Islam politico ha varie sfumature: l’ideologia di Al Qaeda e dell’Isis affonda le proprie radici negli insegnamenti di Sayyid Qutb, punto di riferimento di tutti i movimenti jihadisti nati nel corso del tempo. Questi gruppi sono autonomi, si trovano in quasi tutti i paesi europei, arabi e musulmani, con più o meno potere a seconda dei contesti. Se l’Occidente avesse studiato l’Islam politico saprebbe che la religione viene dopo la politica. Il potere è più importante della spiritualità. Se non si capisce questo la lotta contro il fanatismo e il radicalismo è destinata a fallire”.

L’Islam moderato di cui parlano i media potrebbe aiutare i paesi europei in questa battaglia?

“Parlare di Islam moderato è sbagliato. Bisogna ragionare sull’Islam nella sfera privata e nella sfera pubblica. Chi vive la religione come un fatto personale non costituisce un problema. Se invece si fa un uso ideologico della religione allora è necessario stare attenti. Il punto è che non si può accettare il predominio di una cultura, che sia quella cattolica, ebraica o musulmana, sulle altre. La tendenza dell’Islam politico è andare a riempire la sfera pubblica, accettando strategicamente alcune regole con l’obiettivo di arrivare a dominare. È la sua natura. Quando si parla di sfera pubblica bisogna spiegare a chi vuole diffondere i precetti della “sharia” che nei paesi democratici l’unico libro sacro è la Costituzione”.

Esiste una visione laica dell’Islam?

“I fanatici sono ambigui, giocano con il termine “laicità”, ne accettano le regole perché in fin dei conti l’Islam non ha una chiesa che si contrappone allo Stato. Se l’alternativa fosse tra la moschea e lo Stato non sarebbero così d’accordo. Per l’Islam politico il potere, la religione e la vita quotidiana sono la stessa cosa. Per convivere invece è necessaria l’accettazione reciproca tra le varie culture”.

Di recente in Tunisia è stata abolita la legge che impediva alle donne di sposare uomini non musulmani. Qual è la condizione delle donne marocchine?

“La condizione delle donne marocchine è molto meno avanzata rispetto a quella delle donne tunisine. Nel 1999 re Muhammad Vi ha provato con la “Mudawwana”, la legge sul diritto di famiglia, a migliorare la loro situazione. È stato un passo avanti rispetto al passato. Ma c’è ancora molta strada da fare per poter parlare di parità tra uomini e donne”.

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