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Ceuta, dove i morti hanno soltanto un numero: racconto in presa diretta da una crisi migratoria

di Zouhir Louassini 04/09/2026 (Rainews)

I fatti del 30 luglio riaprono una questione mai chiusa. E a pagare il prezzo più alto sono ancora una volta le persone

Nel cimitero musulmano di Sidi Embarek i morti non hanno un nome. Hanno un numero.

Le tombe sono allineate sulla terra ancora smossa. Vi riposano gli uomini e l’unica donna morti nel tentativo di raggiungere Ceuta durante la traversata del 30 e 31 luglio. Nelle acque attorno alla città sono stati recuperati novanta corpi. Soltanto nove hanno ritrovato un’identità. Gli altri ottantuno sono stati sepolti sul fianco destro, rivolti verso La Mecca e affidati a una pietra numerata.

Cammino tra quelle tombe e penso che questa sia l’immagine più sincera della crisi. Forse anche la più impietosa.

Dietro ogni numero c’era un volto, una voce, una casa abbandonata, una madre che continua ad aspettare. Eppure né Madrid né Rabat hanno dedicato loro un minuto di silenzio ufficiale. Il Marocco, almeno inizialmente, non ha accettato neppure il ritorno dei nove corpi identificati. Alcune famiglie sono riuscite ad attraversare la frontiera per pregare accanto ai propri morti, ma non a riportarli a casa.

Anche la morte, a Ceuta, è rimasta prigioniera della frontiera.

Sono arrivato da Algeciras su un traghetto pieno di militari spagnoli inviati a rafforzare la sicurezza. Dal ponte guardavano avvicinarsi la costa africana. Era lo stesso mare attraversato dai migranti, ma obbediva a due leggi diverse: per noi era un breve viaggio con un orario e un biglietto; per loro era stato un azzardo, spesso una condanna.

Ceuta è una città nella quale la geografia non si limita a descrivere i luoghi: li interroga.

È amministrata dalla Spagna e rivendicata dal Marocco. Madrid chiede a Rabat di sorvegliare una frontiera che Rabat, politicamente, non riconosce. Chi rivendica il territorio è chiamato a proteggerne il confine; chi lo amministra dipende, per difenderlo, dalla collaborazione di chi lo contesta.

È uno dei tanti paradossi di Ceuta. Forse quello dal quale discendono tutti gli altri.

Alla spiaggia del Trampolín ho camminato tra centinaia di migranti: maghrebini, subsahariani, ragazzi giovanissimi e intere famiglie. Ripari improvvisati, coperte, bottiglie, attese senza una risposta. Da lontano diventano una massa. Da vicino riacquistano un volto.

Ma è proprio camminando in mezzo a loro che si comprende anche la gravità di quanto è accaduto. Quelli rimasti sulla spiaggia sono soltanto una parte di coloro che attraversarono la frontiera. In poche ore una città di poco più di ottantamila abitanti ha visto arrivare decine di migliaia di persone.

Da lontano ci si schiera. Da vicino le certezze si fanno più prudenti.

Non si può cancellare il dramma di chi è arrivato. Ma non si può neppure chiedere agli abitanti di Ceuta di comportarsi come se nulla fosse accaduto. La paura non è sempre odio. Talvolta è soltanto il nome che assume la solitudine quando ci si sente dimenticati.

Nel centro della città ho visto passare alcuni reparti dell’esercito. La gente era seduta ai tavolini. Al passaggio dei soldati, uno dopo l’altro, molti si sono alzati e hanno cominciato ad applaudire. Qualcuno ha gridato “Viva España”.

In quell’applauso c’era certamente un’affermazione di appartenenza. Ma c’era anche altro: la richiesta elementare di essere protetti, il bisogno di credere che qualcuno fosse finalmente arrivato.

La stessa inquietudine ha attraversato la manifestazione del 2 settembre. Migliaia di persone, bandiere spagnole, canti, slogan contro il governo di Pedro Sánchez. Sarebbe comodo ridurre tutto a una mobilitazione della destra; sarebbe ingenuo negare che la destra e l’estrema destra abbiano cercato di appropriarsene.

Tra quelle due letture rimane la città reale: impaurita, esasperata, attraversata da sentimenti diversi e tuttavia capace di manifestare, almeno fino a quel momento, senza precipitare nella violenza.

Ceuta non offre una verità semplice. Qui la migrazione è insieme una tragedia umana, una questione di sicurezza, uno strumento di pressione e il sintomo di una disuguaglianza che il mare rende visibile senza riuscire a nasconderla.

Rimangono le domande: chi ha permesso a una moltitudine tanto grande di raggiungere contemporaneamente la frontiera? È stata aperta, abbandonata o semplicemente travolta? È stata una regia, un cedimento o la somma di più interessi e più errori?

Le risposte spetteranno alle indagini e alla politica. Raccontare Ceuta significa, intanto, resistere alla tentazione di scegliere una sola verità e cancellare tutte le altre.

Prima di lasciare Ceuta torno al cimitero di Sidi Embarek. Sulle pietre non ci sono fotografie, date di nascita o parole scelte da chi li ha amati. Soltanto numeri.

Eppure, da qualche parte, qualcuno li ha chiamati per nome. Qualcuno ne conosceva la voce, il sorriso, il modo di camminare. Qualcuno forse continua ad aspettarli, aggrappato a un’assenza che non sa ancora chiamare morte.

Il mare ha restituito i loro corpi, ma non le loro storie. E noi, presi dalle dispute sulle frontiere e dalle ragioni degli Stati, abbiamo lasciato che venissero sepolte insieme a loro.

Forse il silenzio più doloroso di Ceuta non è quello che avvolge il cimitero. È quello di due Paesi che hanno trovato molte parole per contendersi una terra e nessuna per piangere chi è morto nel tentativo di raggiungerla.

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Marocco, Islam

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