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Taiwan, la storia nascosta in una parola del vertice Xi-Trump

di Zouhir Louassini (28 settembre 2026)
È il 24 settembre. Alla Casa Bianca si tiene la cerimonia di benvenuto per Xi Jinping. Nel suo discorso, il presidente cinese rievoca la Seconda guerra mondiale: cinesi e americani, dice, combatterono fianco a fianco contro il Giappone. Parla dei due popoli, di una memoria condivisa, prima di tornare al futuro dei rapporti tra Pechino e Washington.
Il giorno seguente, nel resoconto ufficiale del vertice, la Casa Bianca usa una formula leggermente diversa: Stati Uniti e Cina erano alleati. È un passaggio breve, tra accordi commerciali e questioni di sicurezza. Ma a Taipei quella parola, «Cina», viene letta con un’attenzione particolare.
Durante la guerra, infatti, il governo cinese alleato degli Stati Uniti era la Repubblica di Cina, guidata da Chiang Kai-shek. Anche i comunisti parteciparono alla resistenza contro l’invasione giapponese, ma la Repubblica Popolare Cinese nacque soltanto nel 1949. Dopo la sconfitta nella guerra civile, il governo della Repubblica di Cina si trasferì a Taiwan, dove quello Stato conserva ancora oggi il proprio nome ufficiale.
Per il governo taiwanese, il problema non è ricordare che cinesi e americani combatterono insieme. Il problema nasce quando il nome «Cina», senza altre precisazioni, sembra consegnare a Pechino l’intera eredità di quell’alleanza. Taipei teme che dal racconto scompaia il governo che allora rappresentava il Paese accanto agli Stati Uniti. Il suo viceministro degli Esteri ha accusato Pechino di voler prendere il posto della Repubblica di Cina nella memoria della guerra.
La disputa non cancella il contributo dei comunisti cinesi alla lotta contro il Giappone. Né una frase della Casa Bianca dimostra che Washington abbia cambiato posizione su Taiwan. Il punto è più sottile, e forse per questo più interessante: le parole con cui si riassume la storia possono suggerire una continuità politica che la storia stessa rende controversa.
Da un lato c’è Pechino, che rivendica Taiwan e si presenta come la voce della Cina sulla scena internazionale. Dall’altro c’è Taipei, che vede nel nome della Repubblica di Cina una parte della propria storia e rifiuta che il proprio ruolo venga assorbito nel racconto di Pechino. In mezzo, gli Stati Uniti, che dal 1979 riconoscono diplomaticamente la Repubblica Popolare, pur mantenendo rapporti con Taiwan.
La storia non cambia a seconda di chi la racconta: la Repubblica Popolare nel 1945 non esisteva. Cambia però ciò che ogni governo sceglie di mettere in primo piano, ciò che lascia sullo sfondo e il significato politico che attribuisce ai fatti. Alla Casa Bianca è bastata una parola per riportare alla luce questa contesa.
In diplomazia, un riferimento al passato può essere un gesto di amicizia. Può anche ricordare a qualcuno che, in quella frase, non c’è più posto per lui.
Foto: Trump, Xi e Taiwan: illustrazione editoriale generata con IA.