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La “nuova Siria”, ancora prigioniera di un ciclo di dittature e fanatismi

di Zouhir Louassini Rainews (10-12-2024)

Il regime siriano di ieri era oppressivo, e quello attuale non è da meno, se non addirittura più oscuro. Una visione che soffoca ogni speranza continua a prevalere, lasciando un popolo già stremato dalla guerra intrappolato in un ciclo di dolore e repressione. Negli ultimi giorni, la Siria è tornata al centro del dibattito internazionale, ma non per le ragioni che si potrebbero immaginare. Gli sviluppi sul campo mettono in luce le contraddizioni morali di molti osservatori e governi, mentre una narrativa ambigua si adatta agli interessi geopolitici del momento.

Gruppi che fino a poco tempo fa erano considerati terroristi vengono ora descritti da alcuni come “ribelli” o persino “resistenze legittime”. Tuttavia, questo cambiamento terminologico non si basa su una trasformazione reale delle loro azioni o ideologie, bensì su un adeguamento linguistico dettato da necessità strategiche, che cela un pericoloso doppio standard. Le azioni di questi gruppi armati, responsabili di terrore e destabilizzazione, vengono giustificate senza considerare le devastanti implicazioni per il paese. Come si può condannare un attore in un contesto e legittimarlo in un altro? Quali sono le conseguenze per una nazione che da anni paga un prezzo altissimo per la sua instabilità?

L’Islam politico, con le sue molteplici sfumature, condivide l’obiettivo di imporre una visione rigida della società, in opposizione non solo ai valori occidentali, ma anche a ogni tentativo di modernizzare il mondo arabo-islamico. La modernità è spesso percepita come un’imposizione culturale estranea alla tradizione. Questa visione si radica nella Fratellanza Musulmana e negli scritti di Sayyid Qotb, uno dei principali ideologi del movimento, che ha elaborato molte delle teorie alla base del Jihad moderno.

La figura di Sayyid Qotb è centrale per comprendere le radici ideologiche di molti movimenti islamisti contemporanei. Nel suo testo più noto, Ma‘alim fi al-Tariq (Pietre miliari), Qotb teorizza la necessità di un’azione militante, o Jihad, per costruire una società islamica autentica, purificata da qualsiasi influenza occidentale o moderna. Per Qotb, l’Occidente rappresenta una corruzione morale e una minaccia esistenziale per il mondo islamico. Inoltre, egli definisce come jahiliyya (ignoranza pre-islamica) non solo l’Occidente, ma anche qualsiasi governo musulmano che non aderisca rigidamente alla sharia. Il Jihad, secondo questa visione, non si limita alla difesa, ma diventa un obbligo offensivo per abbattere sistemi considerati corrotti o deviati, ispirando movimenti come Al-Qaeda e ISIS.

Le idee di Qotb, unite alla capacità della Fratellanza di adattare il proprio linguaggio, rendono l’avanzata dell’Islam politico ancora più insidiosa. Dietro parole apparentemente rassicuranti si nasconde una visione totalitaria che rifiuta ogni apertura. Questo duplice gioco alimenta non solo il sospetto verso l’Islam politico, ma anche conflitti interni alle società arabe, dove il linguaggio della moderazione è spesso utilizzato per legittimare agende estremiste.

La Siria rappresenta oggi il simbolo di profonde contraddizioni. I cambiamenti di assetto politico non riflettono una reale evoluzione sul terreno, ma rispondono a strategie geopolitiche che trascurano le drammatiche conseguenze per il popolo siriano. Dietro queste nuove definizioni si nasconde una visione totalitaria che rifiuta il pluralismo e ogni forma di compromesso, condannando il paese a rimanere intrappolato in un ciclo di oppressione. Né il regime di Bashar al-Assad né le forze jihadiste offrono un’alternativa credibile in grado di restituire dignità e diritti alla popolazione.

Nessuno rimpiange il regime di Bashar al-Assad, che ha trasformato la Siria in uno stato poliziesco caratterizzato da repressione brutale, torture e violazioni sistematiche dei diritti umani. Tuttavia, la sua caduta non ha portato né pace né libertà, lasciando spazio a nuovi oppressori guidati da ideologie totalitarie che soffocano ogni speranza di cambiamento. La Siria rimane prigioniera di un ciclo di dittature e fanatismi, senza una reale prospettiva di transizione.

La vera tragedia della Siria è il fallimento di una trasformazione autentica, capace di offrire al suo popolo pace, libertà e dignità. Le aspirazioni di milioni di persone continuano a essere tradite da chi sfrutta religione o politica per consolidare il proprio dominio. È tempo di superare le contraddizioni della politica internazionale e di riconoscere che la Siria non può restare intrappolata in un futuro senza speranza. Solo una visione chiara e coerente, che metta al centro le legittime esigenze del popolo siriano, potrà spezzare questo ciclo di sofferenza e offrire al paese una prospettiva di rinascita.

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Da Suez 1956 a Hormuz 2026: quando le rotte ridisegnano il potere globale

Dalla crisi del Canale di Suez alle tensioni nello Stretto di Hormuz, il controllo dei passaggi strategici torna centrale. Ma oggi la sfida si gioca sempre più sul terreno economico e finanziario, tra ruolo degli Stati Uniti e avanzata della Cina.

Rainews (07-04-2026).

Nel 1956, durante la Crisi di Suez, il controllo di un passaggio strategico come il Canale di Suez si trasformò in uno spartiacque geopolitico. La nazionalizzazione decisa da Gamal Abdel Nasser provocò un intervento militare di Francia, Regno Unito e Israele, ma il vero esito della crisi non fu determinato sul campo. Furono gli Stati Uniti a imporre lo stop, anche attraverso leve finanziarie, segnando il ridimensionamento definitivo delle potenze europee e l’inizio di un nuovo equilibrio internazionale.

A distanza di quasi settant’anni, le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz riportano al centro un nodo simile: la sicurezza delle rotte energetiche e il controllo dei flussi globali. Una quota significativa del petrolio mondiale transita da questo stretto, rendendolo uno dei punti più sensibili del sistema economico internazionale.

Come nel caso di Suez, il rischio immediato è quello di un’escalation militare. Ma il livello più profondo della crisi riguarda la dimensione economica e finanziaria. Il controllo delle rotte non si traduce soltanto in influenza strategica, ma incide anche sul sistema con cui questi flussi vengono regolati, a partire dalla centralità del dollaro nelle transazioni energetiche.

Gli Stati Uniti restano il principale garante della sicurezza marittima nella regione e mantengono una superiorità militare che non ha equivalenti. Tuttavia, mentre Washington presidia lo spazio strategico, un altro attore consolida la propria posizione sul piano economico: la Cina guidata da Xi Jinping.

Negli ultimi anni, Pechino ha rafforzato i rapporti commerciali con i Paesi del Golfo, ha investito in infrastrutture e ha avviato accordi energetici che, in alcuni casi, prevedono l’uso di valute alternative al dollaro. Si tratta di un processo graduale, ancora limitato nei numeri, ma significativo nella direzione. L’obiettivo non è sostituire nell’immediato il sistema esistente, quanto piuttosto diversificarlo.

In questo quadro, le tensioni nello Stretto di Hormuz rischiano di avere un effetto che va oltre la sicurezza energetica. Le crisi prolungate tendono a spingere i Paesi coinvolti a cercare strumenti alternativi per ridurre la dipendenza da un’unica valuta o da un unico sistema finanziario. È in questo spazio che la strategia cinese può trovare margini di crescita.

Il parallelo con Suez aiuta a leggere questa dinamica. Nel 1956, il confronto su un’infrastruttura strategica accelerò un cambiamento negli equilibri globali. Oggi, le tensioni su Hormuz potrebbero contribuire a una trasformazione più graduale ma altrettanto rilevante: quella di un sistema economico internazionale meno centrato su un unico attore e su una sola valuta.

Non si tratta di un passaggio immediato. Il dollaro resta il principale punto di riferimento per i mercati globali, sostenuto dalla profondità finanziaria degli Stati Uniti e dalla fiducia internazionale. Ma i segnali di una progressiva diversificazione sono sempre più evidenti.

In questo contesto, la competizione tra potenze assume una forma diversa rispetto al passato. Accanto alla dimensione militare, resta centrale quella economica e finanziaria. E, come già accaduto in passato, il risultato finale potrebbe dipendere meno dagli sviluppi sul terreno e più dalla capacità di influenzare le regole del sistema globale.

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La stampa araba accoglie con entusiasmo “La strategia del pesce nano”.

Un’attenzione crescente e un giudizio ampiamente positivo accompagnano l’uscita del romanzo La strategia del pesce nano dello scrittore e giornalista marocchino Zouhir Louassini, come emerge da diversi articoli pubblicati nella stampa araba nelle ultime settimane.

Il primo, apparso su Elaph il 24 febbraio 2026, presenta il libro come un’opera capace di intrecciare storia e immaginazione, riportando il lettore nella Tangeri del 1890, in un momento cruciale segnato dalle tensioni tra potenze straniere e autorità locali. L’articolo insiste soprattutto sulla dimensione narrativa e simbolica del romanzo: la città diventa un vero e proprio personaggio, mentre l’indagine sulla morte dell’italiano Mauro Cantagalli si trasforma in una chiave di lettura più ampia dei rapporti di forza e delle dinamiche di potere dell’epoca.

al-Alam al-Thaqafi 2 aprile 2026

A questa lettura si aggiunge quella pubblicata il 2 aprile 2026 nel supplemento culturale del quotidiano marocchino Al-Alam, che offre un’analisi più approfondita e critica dell’opera. Come si legge nella pagina culturale , il romanzo viene descritto come un lavoro che combina rigore documentario e libertà creativa, capace di restituire la complessità della fine del XIX secolo senza cadere nel didascalismo storico. L’accento è posto sulla costruzione narrativa, sulla densità dei personaggi e sulla capacità di trasformare la storia in uno spazio aperto di interrogazione, più che in una semplice ricostruzione del passato.

Particolare rilievo viene dato anche al significato simbolico del titolo: pesce “nano” non rappresenta una debolezza, ma una strategia di sopravvivenza fondata sull’intelligenza, sulla capacità di adattamento e sulla lettura dei rapporti di forza. In questa prospettiva, il romanzo viene interpretato come una riflessione più ampia sulle dinamiche del potere e sulle possibilità di resistenza in contesti dominati da attori più forti.

A completare questo quadro si inserisce anche la lettura proposta da Le Bouclage, che sottolinea come il romanzo non si limiti a ricostruire il passato, ma utilizzi la storia come strumento per interrogare il presente. L’articolo insiste sulla capacità dell’autore di trasformare la narrazione storica in una riflessione contemporanea sui rapporti di forza, evidenziando come la vicenda di Tangeri diventi metafora delle dinamiche geopolitiche attuali, dove anche gli attori più “piccoli” possono ritagliarsi spazi di manovra attraverso strategie intelligenti e flessibili.

Nel complesso, questi contributi restituiscono l’immagine di un’opera che ha trovato un’accoglienza molto favorevole nell’ambiente culturale marocchino e arabo. Da un lato, viene apprezzata la qualità letteraria e la costruzione narrativa; dall’altro, il valore dell’opera risiede nella sua capacità di interrogare la storia e di proporre una lettura originale delle relazioni tra identità, sovranità e influenza straniera.

Un riconoscimento che segna, per l’autore, un ingresso riuscito nel panorama della narrativa storica, con un romanzo capace di parlare al presente attraverso il passato.

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La strategia del pesce nano in arabo

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Marocco, Islam