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Tunisia: il presidente Saied scioglie il parlamento
c’è il rischio di una deriva autoritaria in Tunisia
Nella serata di ieri la decisione del capo dello Stato, otto mesi dopo averlo sospeso per assumere pieni poteri nel luglio 2021. La decisione scuote ulteriormente il percorso democratico del Paese Nord Africa, culla delle Primavere arabe.
Marco Guerra – Vatican News
Kais Saied ha comunicato la sua decisione durante una riunione del “Consiglio di sicurezza nazionale” da lui presieduto. “Annuncio oggi, in questo momento storico, lo scioglimento dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo per preservare lo Stato e le sue istituzioni e per tutelare il popolo tunisino”, ha detto Saied in un video diffuso dalla presidenza. Il capo dello stato ha poi rincarato la dose, annunciando la decisione di perseguire alcuni deputati per complotto alla sicurezza e avvertendo che ogni ricorso alla violenza sarà contrastato.
Louassini: c’è il rischio di una deriva autoritaria
“La decisione del presidente Saied avviene in un momento difficile per la Tunisia, va letta soprattutto come una risposta ai parlamentari di Ennahdha vicini alla fratellanza musulmana”, spiega a VaticanNews il giornalista esperto dell’area, Zouhir Louassini, che poi contestualizza la mozza del capo dello Stato nel quadro della crisi economica che attanaglia il Paese del Nord Africa. “Molte cose che ha fatto Saied sembrano dei passi indietro rispetto al diritto costituzionale tunisino – prosegue Louassini –, ma ci sono anche persone che lo appoggiano perché convinte che la Tunisia fosse arrivata ad un tale livello di disordine che fosse necessaria una svolta per “aggiustare il tiro” della democrazia”. Secondo il giornalista c’è quindi il rischio di una deriva autoritaria e riferisce che molti osservatori vedono “un ritorno all’ancien regime” simile al potere del presidente deposto Ben Ali.
Ripercussioni su tutto il mondo arabo
A pesare sulla situazione di instabilità – ricorda ancora Louassini – sono i cattivi risultati a livello economico e la crisi politico-economica tunisina ha ripercussioni su tutto il mondo arabo che vedeva nel Paese del Maghreb un esempio di percorso verso una democrazia compiuta. “Le primavere arabe sono diventate un autunno dopo i risultati che abbiamo visto tutti in Yemen, Siria e Libia, tutto questo sta portando la gente a perdere fiducia nella possibilità di vedere una vera democrazia in un Paese arabo”, fa notare il giornalista, “la Tunisia poteva essere una elemento positivo che faceva da affetto domino su tutti gli altri Paesi arabi, ma quello che sta succedendo credo che sia la fine di ogni speranza in tal senso”. Infine Louassini si sofferma sulla perdita di fiducia nel sistema da parte dei giovani che, fra l’altro, pensano che la Tunisia non sia stata sufficientemente aiutata dai Paesi Occidentali nella transizione democratica. “In questo contesto – conclude il giornalista – i giovani vedono nell’emigrazione in Europa l’unica soluzione, e sappiamo quali problemi comporta gestire questo fenomeno che può essere alimentato da un ritorno ad all’autoritarismo”.
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“زهيـر الوسيني يعود للتاريخ ليكتب الحاضر في “استراتيجية السمكة القزمة
تمثل رواية «استراتيجية السمكة القزمة» أحدث أعمال الكاتب والإعلامي زهير الوسيني، وهي عمل يضيف إلى مساره الفكري بعداً سردياً يكشف عمق رؤيته للعلاقات الدولية ولصراع القوى الذي ظل موضوعاً مركزياً في كتاباته، سواء في مقالاته التحليلية أو في مؤلفاته السابقة مثل «من يخاف السلام؟». وإذا كان الوسيني قد اشتغل في ذلك الكتاب على تفكيك صناعة الخوف وتبرير الصراع، فإنه يعود في روايته الجديدة إلى بدايات أخرى للصراع نفسه، حين كانت مدينة طنجة في أواخر القرن التاسع عشر نموذجاً مكثفاً لما يحدث حين تتقاطع مصالح دول كبرى فوق أرض صغيرة.
تدور أحداث الرواية سنة 1890، من حادثة واقعية تتمثل في اغتيال مواطن إيطالي بمدينة طنجة، لكن الوسيني لا يقدم الواقعة كما هي في سجل التاريخ، بل يتخذها نقطة انطلاق لبناء عالم روائي يزحف بالحقيقة إلى فضاء السرد، ويجعل من المدينة فضاءً تتواجه فيه دبلوماسيات سرّية، ومصالح إمبراطوريات تبحث عن منفذ نحو المغرب، وقوى محلية تحاول أن تحفظ سيادتها في زمن كان كل شيء فيه قابلاً للابتلاع.
هنا تظهر “السمكة القزمة” كاستعارة لخيار البقاء، الكائن الصغير الذي قد يبدو هشاً في مواجهة الحيتان، لكنه يعرف كيف يناور، وكيف يتفادى الاصطدام، وكيف يحمي نفسه دون أن يدخل حرباً لا طائل منها.
تكمن قوة العمل في الطريقة التي يجعل بها الوسيني التاريخ معاصراً. فصراع القوى في الرواية لا يختلف كثيراً عن الصراعات التي تعرفها المنطقة اليوم، حيث تتحرك الدول الكبرى عبر وكلاء، وتُدار المفاوضات في الغرف المغلقة، ويُعاد تشكيل خرائط النفوذ على حساب الشعوب.
هكذا تتحول طنجة من مجرد مدينة في زمن بعيد إلى مختبر سياسي يضيء ما يجري في الحاضر، وتصبح الرواية، دون خطاب مباشر، تعليقاً على استمرار المنطقة العربية في موقع “السمكة القزمة” التي تُجبر على ابتكار طرق للبقاء داخل محيط مضطرب.
الوسيني، القادم من خلفية إعلامية وحامل خبرة طويلة في متابعة التحولات الدولية، يوظف في الرواية أدوات الصحفي والباحث معاً، لكنه يذيبها في كتابة سلسة، تعتمد الإيقاع والتوتر والتركيب النفسي لشخصيات تتحرك وفق منطق سياسي حساس.
لا ينشغل بالنقل الحرفي للوقائع قدر انشغاله بما وراءها: العلاقات الخفية، التوازنات التي تُبنى بصمت، وتلك اللعبة الكبرى التي تُمارس فوق رؤوس السكان العاديين.
بهذا المعنى، تمثل «استراتيجية السمكة القزمة» خطوة جديدة في مسار زهير الوسيني، بل يمكن النظر إليها كجسر بين كتاباته الفكرية ورغبته في تقديم سرد قادر على تفكيك العالم بقدر ما يحكيه.
إنها رواية سياسية بامتياز، لكنها لا تقع في المباشرة، ورواية تاريخية، لكنها لا تستسلم للتوثيق الجاف. هي نصٌّ يقرأ الماضي كي يضيء الحاضر، ويجعل من طنجة القديمة مرآة لعصر لا تزال فيه القوى الصغيرة تبحث عن معادلة تحميها من الالتهام.
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حديث حول السلام في الشرق الأوسط والمشهد الإعلامي المغربي
بودكاست_تطوان يستضيف الإعلامي الدكتور “زهير الواسيني” صحفي بقناة الرأي الأولى الإيطالية في حديث صريح حول السلام في الشرق الأوسط والمشهد الإعلامي المغربي وتطورات القضية الفلسطينية بعد السابع من أكتوبر
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Sahara Occidentale, l’ONU rafforza il sostegno al piano marocchino.
Zouhir Louassini. Rainews (1-11-2025)
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il 31 ottobre la risoluzione 2797 con undici voti a favore, tre astensioni (Russia, Cina e Pakistan) e la non partecipazione dell’Algeria. Oltre a rinnovare il mandato della missione MINURSO nel Sahara Occidentale, la risoluzione riafferma un punto politico chiave: il piano di autonomia proposto dal Marocco è considerato “la soluzione più seria, credibile e realistica” per risolvere il conflitto.
È un linguaggio che si ripete ormai da anni, ma che conferma l’orientamento prevalente all’interno del Consiglio: superare le formule ideologiche del passato e spostare il dossier sahariano su un piano pragmatico. In questa prospettiva, il piano marocchino — che prevede un’ampia autonomia sotto sovranità nazionale — si è progressivamente imposto come punto di riferimento negoziale.
Al centro della disputa non c’è solo il futuro del popolo sahrawi, ma anche e soprattutto una rivalità geopolitica di lungo corso tra Marocco e Algeria. Il conflitto sul Sahara Occidentale, infatti, ha radici più profonde e complesse rispetto a quanto spesso viene raccontato. Per anni la narrazione dominante ha insistito su un presunto diritto di autodeterminazione contrapposto a una “occupazione”, ma ha trascurato il contesto strategico in cui è nato il conflitto: un Nord Africa diviso dalla Guerra Fredda, con il Marocco tradizionalmente vicino agli interessi occidentali e l’Algeria solidamente allineata con l’Unione Sovietica e i movimenti del Terzo Mondo.
In questo quadro, la nascita del Fronte Polisario nel 1973 e la successiva proclamazione della Repubblica Araba Sahrawi Democratica nel 1976 — mai riconosciuta dalle Nazioni Unite — si inseriscono in una partita regionale più ampia. Algeri ha sostenuto il movimento sahrawi come strumento di pressione e contenimento nei confronti del Marocco. Rabat, dal canto suo, ha reagito rivendicando la propria sovranità sul territorio fin dal 1963, e consolidando la propria presenza dopo la Marcia Verde del 1975, che costrinse la Spagna a negoziare il ritiro dalla ex colonia.
Negli anni, questa contrapposizione si è congelata, cristallizzando una situazione di stallo che la diplomazia internazionale ha cercato a più riprese di sbloccare. Il Consiglio di Sicurezza ha mantenuto una linea coerente: nessuna menzione al Marocco come “potenza occupante”, nessun riconoscimento dell’indipendenza sahrawi, nessuna imposizione di un referendum. Piuttosto, un invito costante a trovare una “soluzione politica realistica e mutuamente accettabile”.
Oggi, sul terreno, il Marocco ha rafforzato la propria presenza nei territori sahariani attraverso investimenti pubblici, infrastrutture e politiche di integrazione amministrativa. Questo approccio ha attirato l’interesse di diversi Paesi africani e occidentali, anche per le implicazioni economiche e strategiche che la regione riveste: corridoi logistici verso l’Africa subsahariana, progetti energetici, sicurezza nel Sahel.
L’Algeria, invece, continua a sostenere che la questione vada risolta con un referendum che includa l’opzione dell’indipendenza, e critica il piano marocchino come una forma mascherata di annessione. Ma negli ultimi anni la sua posizione è apparsa sempre più isolata, e la scelta di non partecipare al voto del 31 ottobre riflette, probabilmente, l’intenzione di non avallare un quadro politico che considera sbilanciato.
Va detto che la soluzione non è ancora a portata di mano. Il piano marocchino ha ricevuto ampi riconoscimenti, ma non è stato formalmente accettato né dal Polisario né da Algeri. E le tensioni tra i due Paesi restano alte, con le frontiere chiuse da decenni e rapporti diplomatici interrotti.
Eppure, qualcosa si muove. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza non risolve il conflitto, ma ridisegna le coordinate del confronto: meno spazio all’ideologia, più attenzione alla realtà. Dopo cinquant’anni di rigidità contrapposte, forse è il momento di tornare a vedere il Sahara Occidentale per quello che è: non un simbolo astratto, ma una questione politica concreta che può — e deve — trovare una soluzione.
Il dossier del Sahara Occidentale ha per decenni rappresentato una linea di frattura lungo la spina dorsale del Maghreb. Un conflitto mai esploso del tutto, ma nemmeno mai davvero sopito. Un terreno dove si sono sovrapposti nazionalismi, ideologie post-coloniali, interessi strategici e identità tribali, spesso letti con lenti polarizzate più che con strumenti di analisi politica.
Oggi, in un Nord Africa esposto a tensioni economiche, rischi di insicurezza transfrontaliera e nuove pressioni internazionali, quel dossier può — paradossalmente — diventare un punto di partenza. Un banco di prova per misurare la capacità della regione di voltare pagina.
Non si tratta di dimenticare la storia, ma di non restarne prigionieri. La sfida non è ignorare le differenze, ma costruire sui punti di convergenza: sviluppo, stabilità, dialogo, integrazione. Il Sahara Occidentale potrebbe smettere di essere una trincea ideologica per trasformarsi in un laboratorio di equilibrio.
Perché se è vero che, finora, il conflitto ha funzionato come una zavorra politica per tutto il Maghreb, è altrettanto vero che una sua soluzione — giusta, sostenibile e condivisa — potrebbe finalmente sbloccare una delle regioni più potenzialmente dinamiche del continente africano.
Il tempo delle posizioni congelate sta finendo. E con esso, forse, anche quello delle incomprensioni storiche. Sta ora alla diplomazia, e al coraggio politico delle capitali nordafricane, capire se il Sahara resterà il nodo che paralizza il Maghreb, o diventerà la chiave per rimetterlo in movimento.
