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Quale islam?

L’origine del jihadismo risale agli anni Venti, epoca di visioni totalitarie non solo nel mondo islamico. Per varie ragioni storiche esplode veramente negli anni Duemila e si alimenta delle forze che lo vogliono contrastare.

Dei quattro califfi che succedettero al profeta Maometto, tre furono uccisi. La lotta per il potere che l’Islam conobbe ai suoi inizi è molto lontana dall’immagine idilliaca che alcuni musulmani, soprattutto i più ortodossi, conservano della loro religione. L’ideologia jihadista per esempio, si fonda sulla possibilità di tornare indietro nel tempo, fermandolo all’“epoca dorata” che comprende la vita del profeta e dei suoi compagni.

L’idealizzazione del passato è la dottrina principale di una visione del mondo incapace di assimilare, rifiutandoli, i cambiamenti della realtà moderna nelle società islamiche. È la sintesi, in un certo modo, della frustrazione vissuta da un mondo arabo incapace di stare al passo con le trasformazioni globali, rimanendo quindi al margine della storia. Quello che la stampa occidentale, soprattutto quella italiana, considera un pericolo, non è altro che un problema, serio certamente, che bisogna affrontare con lucidità.

Il jihadismo e la sua violenza spesso ci impediscono di riconoscere i veri pericoli di cui bisognerebbe, invece, essere coscienti. Per focalizzare il pericolo reale, probabilmente, occorre con urgenza mettere tutta l’ideologia jihadista, che non è altro che un’estensione dell’islam politico, all’interno del suo contesto storico e sociale.

Tutto inizia con i Fratelli musulmani che nascono come associazione segreta nel 1928, in Egitto, pochi anni dopo la caduta dell’impero Ottomano. Gli inglesi occupavano il Paese e la presenza occidentale era vissuta come l’imposizione di valori stranieri che miravano alla distruzione dell’islam.

In campo internazionale: siamo nel periodo storico in cui il fascismo e il nazismo iniziano ad avere seguaci ovunque. La concezione nazionalista di questi due movimenti ha influenzato certamente la visione ideologica dei Fratelli; ma con una differenza molto rilevante: il nazionalismo, per loro, non è solo una proiezione territoriale: è soprattutto un’appartenenza religiosa.

Finalmente, il conflitto arabo-israeliano. Nel 1935 i Fratelli entrano in contatto con Amin al-Husseini, il Gran Mufti di Gerusalemme, e partecipano alla rivolta araba in Palestina nel 1936. Nel 1945, Said Ramadan crea un braccio armato del movimento che ha l’obiettivo di combattere il movimento sionista. I Fratelli Musulmani, non a caso, partecipano attivamente alla guerra arabo-israeliana del 1948.

L’organizzazione, considerata da molti osservatori un movimento populista, non ha mai smesso di usare il suo motto, che sintetizza tutta la sua ideologia: “Dio è il nostro obiettivo, il Profeta è il nostro capo, il Corano è la nostra legge, il jihad è la nostra via, morire nella via di Dio è la nostra suprema speranza”.

Più chiaro di così…

Anche se questo movimento islamista fu fondato da Hassan al-Banna (1906-1949), si può affermare che l’ideologo per eccellenza dei Fratelli sia Sayyid Qutb (1906-1966). La sua opera è, in generale, un vero “manifesto” dell’islam politico. Qutb sostiene che l’Islam sia in crisi. I milioni di persone che si dicono musulmani di fatto non capiscono bene la loro religione. Semplicemente: non sono dei veri musulmani. Bisogna, allora, ritornare ai valori originari, quelli veri. Tale ritorno necessita, per guidare le masse, di una élite che giochi lo stesso ruolo dei compagni del Profeta agli albori dell’islam. Questa élite è stata chiamata da Qutb, in più di un libro, annawâte assalba (letteralmente: “nocciolo duro”). Quindi l’obiettivo è quello di ri-islamizzare la società perché l’islam è la soluzione per affrontare tutti i problemi politici, economici e sociali. Un discorso semplice e chiaro che va dritto al cuore di una società che si sente vittima “di un complotto internazionale sionista”. La logica del complotto è, infatti, parte integrante della visione ideologica di Qutb.

I commenti che fa al Corano e soprattutto l’interpretazione della sura 57 (al-Hadid) e 112 (al-Iklhas), fanno sì che Sayyid Qutb sia considerato il padre dell’apostasia (al-Takfir). Qutb giustifica così l’uso della violenza e del terrorismo contro i non-musulmani e gli apostati, nel tentativo di portare il regno di Dio. Non è casuale allora trovare nomi come Osama Bin Laden, Ayman Al-Zawahiri e Abdullah Azzam, tra coloro che hanno messo in pratica questi princìpi, con la creazione di organizzazioni terroristiche orientate a un piano d’azione globale.

Il jihadismo, come lo conosciamo oggi, non è altro che il frutto di un pensiero totalitario che usa la religione per nascondere i propri obiettivi politici e la lotta per la conquista del potere. Un pensiero che considera la modernità – tutta la modernità – come un pericolo. Perché è vista esclusivamente come frutto dell’evoluzione della cultura occidentale, concepita come antagonista alla religione islamica. Un pensiero che trova un amplissimo supporto ideologico nella letteratura della “fratellanza musulmana”.

Questa ideologia trova terreno fertile nella realtà dei paesi islamici, anche perché l’Occidente non riesce a trovare un “rimedio” diverso da quello militare. La cultura dominante nei paesi musulmani vuole che religione e governo siano tutt’uno.  Un fatto che “semplifica la vita” a chi vuole usare la fede per arrivare al potere. Trasformare le rivolte della “primavera araba” in rivoluzioni islamiche, per esempio, è stato agevolato anche dall’ambiguità delle forze politiche laiche, chiamate a proporre un progetto politico scevro da qualsiasi connotazione religiosa. Non potevano né possono farlo senza essere visti come la quinta colonna dell’Occidente nemico.

Quando “Le Monde” in un editoriale (11-07-2013) afferma che “l’islamismo non è un progetto di governo” dimentica che nella zona ci sono due paesi, che anche se con grandi differenze, sono governati da questa ideologia: Iran e Turchia.

Da un lato la Turchia, paese costituzionalmente democratico e laico, che fa parte della maggioranza sunnita; dall’altro l’Iran, paladino dello sciismo e stato teocratico per eccellenza. Due paesi così diversi, con divergenze politiche mai nascoste, avrebbero lo stesso riferimento ideologico?

Il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi), al governo di Ankara dal 2002, nato nel solco della tradizione dell’Islam politico, l’ha moderata per volgersi verso una “democrazia conservatrice”. Per questo non mancano quelli che affermano che l’AKP avrebbe un’agenda “nascosta”, coincidente con quella, dichiarata, dei Fratelli Musulmani.

Il fondatore del partito e attuale presidente dello Stato, Tayyeb Rejeb Erdogan, fu imprigionato nel 1998 dopo essere stato giudicato colpevole di incitamento all’odio religioso per aver declamato pubblicamente i versi del poeta Ziya Gökalp: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati…”. Da quando è arrivato al potere, dopo aver smussato alcune asprezze del suo discorso, non avrebbe fatto altro, secondo alcuni, che cercare di minare la laicità dello stato.

Nel caso dell’Iran sembra difficile a prima vista qualsiasi tipo di relazione tra i Fratelli Musulmani e la Repubblica Islamica Iraniana. In effetti, la Fratellanza trova la sua fonte teologica nel radicalismo sunnita, mentre l’Iran è il paese sciita per eccellenza. Invece la connessione c’è e la troviamo proprio nella rivoluzione Khomeiniana.

Michael Prazan, autore del documentario “Fratelli Musulmani: ultima ideologia totalitaria”, spiega che nonostante le differenze teologiche e religiose bisogna essere consapevoli del fatto che, da un punto di vista ideologico, ci sono pochissime differenze tra la rivoluzione islamica iraniana e la fraternità.

Nel 1954 il famoso dottore di religione Navaf Safavi (1924-1955)] si recò al Cairo su invito di Sayyid Qutb. Safavi aveva letto tutti i suoi libri e ne condivideva le idee, anche quella di reislamizzare la società. Alla fine del viaggio Safavi decise di cambiare il nome del suo movimento da Fedayeen dell’Iran a al-Muslimeen Ikhuan (i Fratelli Musulmani). Safavi è stato quello che introdusse al pensiero della fratellanza il leader della rivoluzione iraniana, Ayatollah Khomeini. Quest’ultimo citava spesso Sayyid Qutb nei suoi discorsi.

Un dato indicativo potrebbe essere la traduzione di due dei volumi più importanti di Qutb in persiano dall’attuale leader supremo della rivoluzione iraniana, Ayatollah Khamenei. Questi due volumi sono stati ampiamente diffusi in Iran e considerati fino a oggi tra i libri islamici più letti. Non è casuale dunque che le idee di Sayyid Qutb si trovino nei principi fondamentali della Repubblica Islamica Iraniana.

Il viso pragmatico e, se vogliamo “moderato”, dell’islam politico, non può nascondere che il jihadismo moderno nasce dallo stesso embrione. Al-Qaeda, l’Isis, Boko Haram e tutti i movimenti violenti che fanno riferimento alla religione islamica non sono altro che una sfumatura di un’ideologia che guadagna terreno ogni giorno. Se non c’è una visione globale per capire la radice del problema, tutti gli sforzi militari – se non sono accompagnati da un progetto culturalmentevalido che evidenzi la complessità della situazione mediorientale, le difficoltà e i conflitti reali – non saranno sufficienti per combattere un cancro che sta divorando per il momento gran parte del mondo arabo islamico. Per il momento.

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Ceuta e Melilla, cronologia di una crisi mai risolta

I fatti del 30 luglio riaprono una questione mai chiusa, mentre nel dossier entrano anche Washington, NATO e Unione Europea. E a pagare il prezzo più alto sono ancora una volta le persone

Due parole della Costituzione marocchina aiutano a capire perché ogni crisi intorno a Ceuta e Melilla finisca per diventare qualcosa di più di una questione migratoria.

Sono «حدوده الحقة», hududihi al-haqqa: i suoi «confini autentici».

L’articolo 42 della Costituzione del 2011 affida al re il compito di garantire «l’indipendenza del Paese e l’integrità territoriale del Regno entro i suoi confini autentici». Non dice quali siano. Non nomina Ceuta e Melilla. Ma la formula rimanda a una questione che accompagna il Marocco moderno fin dall’indipendenza.

Con la Spagna, Rabat ha portato avanti nel tempo diverse rivendicazioni territoriali: Tarfaya, Sidi Ifni, Sahara occidentale. Ceuta e Melilla, insieme agli altri territori sotto sovranità spagnola lungo la costa nordafricana, restano il punto sul quale le letture dei due paesi sono inconciliabili.

Per Madrid non c’è nulla da discutere: Ceuta e Melilla sono Spagna. Per Rabat la questione territoriale rimane invece aperta e viene letta nel quadro di una decolonizzazione considerata incompleta.

Non è soltanto storia. È anche geografia.

Hassan II, padre del re attuale, lo spiegava già nel 1980 con una formula destinata a diventare uno degli argomenti della diplomazia marocchina: per il sovrano era inaccettabile, dal punto di vista dell’equilibrio strategico, che «un solo Stato» potesse controllare entrambe le sponde dello Stretto. E collegava esplicitamente la rivendicazione spagnola su Gibilterra a quella marocchina su Ceuta e Melilla.

Quasi mezzo secolo dopo, la geografia non è cambiata.

È cambiato tutto quello che le sta intorno.

Marocco e Spagna sono diventati due paesi profondamente interdipendenti. Commercio, investimenti, immigrazione, sicurezza, lotta al terrorismo. Una grande comunità marocchina vive in Spagna e la cooperazione tra Madrid e Rabat è diventata essenziale per entrambi.

Ed è qui che emerge il primo paradosso.

La Spagna chiede al Marocco di collaborare al controllo di una frontiera la cui sovranità Rabat contesta. Uno dei pilastri della politica migratoria spagnola — e in parte europea — dipende dunque dalla collaborazione del paese che rivendica proprio i territori che quella frontiera delimita.

Un equilibrio che ha funzionato molte volte. Ma anche un equilibrio fragile.

Il 30 luglio quella fragilità è apparsa in tutta la sua evidenza.

In poche ore decine di migliaia di persone si sono dirette verso Ceuta. Giovani, famiglie, minori. Molti sono entrati in acqua. Madrid ha mobilitato le forze di sicurezza e l’esercito. Rabat ha poi contribuito a fermare gli attraversamenti e collaborato ai rientri. Secondo le autorità spagnole, circa 72.000 persone sono entrate a Ceuta e circa 70.000 sono successivamente tornate in Marocco.
Resta da capire perché tutto questo sia accaduto proprio in quel momento. E su questo, almeno per ora, non esiste una risposta definitiva.
C’è una spiegazione sociale: disoccupazione, disuguaglianze e mancanza di prospettive per una parte della gioventù marocchina. A questo si sono aggiunte informazioni, e false informazioni, circolate sui social network sulla possibilità di entrare facilmente a Ceuta.
C’è poi l’ipotesi politica: l’immigrazione potrebbe essere stata utilizzata come strumento di pressione contro Madrid. Il precedente del 2021 rende inevitabile la domanda, ma nel caso del 30 luglio non esistono finora elementi pubblici sufficienti per trasformare un’ipotesi in una certezza.
E c’è una terza lettura, che riguarda il Marocco stesso.
La crisi esplode nei giorni della Festa del Trono, nel momento simbolicamente più importante dell’anno politico marocchino. Le immagini di migliaia di giovani disposti a rischiare la vita per raggiungere Ceuta contrastano inevitabilmente con la narrazione di un paese in crescita, impegnato in grandi infrastrutture e in un rapido processo di modernizzazione.
Anche per questo resta aperta un’altra domanda: quanto di ciò che è accaduto va letto attraverso il rapporto con la Spagna e quanto, invece, attraverso dinamiche interne marocchine?
Intorno alla crisi sono nate anche interpretazioni geopolitiche più ampie.

Dieci giorni prima, il 20 luglio, Pedro Sánchez era stato ad Algeri. Davanti al presidente Abdelmadjid Tebboune aveva definito l’Algeria un «paese amico» e un «partner strategico», segnando una nuova fase nei rapporti tra Madrid e il grande rivale regionale del Marocco.
Poi c’è Washington.
Un rapporto della Commissione Bilancio della Camera dei Rappresentanti americana, datato 30 aprile e collegato al progetto di finanziamento del Dipartimento di Stato per il 2027, prevede almeno 40 milioni di dollari di assistenza al Marocco: 20 milioni per programmi di sicurezza e altri 20 per finanziamenti militari.

Ma subito dopo utilizza una formulazione molto più interessante politicamente.

Il documento definisce Ceuta e Melilla città «amministrate dalla Spagna» situate «in territorio marocchino», ricorda la storica rivendicazione di Rabat e sostiene gli sforzi del Segretario di Stato per incoraggiare un dialogo diplomatico tra Marocco e Spagna sul loro «status futuro».

Non significa che gli Stati Uniti abbiano riconosciuto la sovranità marocchina su Ceuta e Melilla. Non è così. Si tratta del rapporto della Commissione Appropriations della Camera, non di una modifica formale della posizione americana.

Ma il dato politico resta: un linguaggio molto vicino alla tradizionale rivendicazione marocchina è entrato in un documento ufficiale del Congresso degli Stati Uniti.

E soprattutto vi è entrato tre mesi prima della crisi.

La coincidenza ha inevitabilmente alimentato anche le interpretazioni di chi legge quanto accaduto a Ceuta nel quadro delle difficili relazioni tra Pedro Sánchez e Donald Trump. Ma, allo stato attuale, non esistono prove pubbliche che permettano di collegare Washington agli avvenimenti del 30 luglio. La suggestione geopolitica non può essere confusa con un fatto.

Anche la NATO entra inevitabilmente nel dibattito. La posizione di Ceuta e Melilla rispetto alla garanzia di difesa collettiva è da tempo oggetto di discussione, anche per la delimitazione geografica contenuta nell’articolo 6 del Trattato Atlantico. Madrid insiste sul principio di una sicurezza dell’Alleanza «a 360 gradi». In Spagna è inoltre tornata la richiesta di rendere più esplicita la protezione delle due città.

E poi c’è l’Unione Europea.

Ceuta e Melilla sono territorio spagnolo e quindi parte dell’Unione, pur con uno status particolare. Per Bruxelles rappresentano anche una frontiera esterna. Dopo la crisi, i ministri dell’Interno europei si sono riuniti d’urgenza.

Ma anche qui ritorna lo stesso paradosso: per proteggere quella frontiera, Spagna ed Europa hanno bisogno della collaborazione del Marocco, il paese che ne contesta la sovranità.

Si può discutere di NATO, sicurezza europea, migrazioni, Washington e nuovi equilibri nel Mediterraneo. Si può continuare, come Madrid e Rabat hanno fatto per decenni, a mettere tra parentesi la questione territoriale per salvaguardare una relazione troppo importante per entrambi.

Ma la geografia resta quella che è.

Ceuta e Melilla si trovano sulla costa africana. Per la Spagna sono parte integrante del territorio nazionale. Per il Marocco rappresentano una questione di integrità territoriale ancora aperta. Due posizioni opposte che settant’anni di diplomazia hanno consentito di gestire, non di conciliare.

E forse è questo che il 30 luglio ha riportato alla superficie.

Ma c’è un’ultima contabilità, più importante di quella geopolitica.

Quella delle vite.

Almeno 75 persone sono morte durante la crisi, secondo l’ultimo bilancio comunicato dalle autorità. Molte sono annegate tentando di raggiungere Ceuta. Centinaia di minori sono rimasti dall’altra parte della frontiera, mentre in Marocco alcune famiglie continuano a cercare figli e parenti di cui hanno perso le tracce.

Probabilmente quelle persone non sapevano nulla dell’articolo 6 della NATO. Non avevano letto la Costituzione marocchina né il rapporto del Congresso americano. E difficilmente pensavano agli equilibri strategici dello Stretto mentre entravano in acqua.

Cercavano semplicemente di arrivare dall’altra parte.

È forse questa l’unica certezza di una crisi ancora piena di domande: gli Stati possono discutere per decenni di confini, sovranità e geopolitica. Ma quando quelle frontiere diventano terreno di scontro, il prezzo più alto continua a essere pagato dalle persone.

Zouhir Louassini

Rainews 24 (06/08/2026)

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La guerra ha parlato, ora bisogna ascoltare la pace

Perché senza una visione di pace, il mondo continuerà a passare da una guerra all’altra, da una tregua fragile a una nuova esplosione, senza mai uscire davvero dalla propria prigione

Zouhir Louassini. Rainews 17-06-2026

Negli ultimi anni il mondo ha vissuto dentro una lunga illusione: che la guerra potesse risolvere ciò che la politica non riusciva più a governare. Dall’Ucraina al Medio Oriente, da Gaza al Libano, fino allo scontro diretto tra Stati Uniti e Iran, si è ripetuta la stessa promessa: un colpo decisivo, una pressione militare sufficiente, una vittoria capace di cambiare definitivamente i rapporti di forza.

Ma dopo anni di distruzioni, morti, sfollamenti, crisi energetiche e diplomazie interrotte, una domanda si impone con forza: quale guerra ha davvero risolto qualcosa?

La guerra tra Russia e Ucraina doveva, nelle intenzioni di Mosca, ridefinire rapidamente gli equilibri strategici dell’Europa orientale. È diventata invece una guerra lunga, logorante, costosa, senza una vera soluzione politica. La Russia non ha ottenuto una vittoria definitiva. L’Ucraina non ha potuto riconquistare interamente il proprio territorio. L’Europa ha scoperto la propria vulnerabilità strategica. Gli Stati Uniti hanno dovuto sostenere un impegno enorme. Il risultato è un continente più armato, più diviso, più insicuro.

Anche in Medio Oriente, la logica della forza ha mostrato tutti i suoi limiti. La guerra di Israele contro Hamas ha prodotto devastazione immensa a Gaza, ma non ha cancellato la questione palestinese. Ha colpito duramente Hamas, ma non ha risolto il problema politico da cui Hamas stesso trae parte della propria forza: l’assenza di uno Stato palestinese, la frustrazione di un popolo, la mancanza di un orizzonte credibile. Una guerra può distruggere tunnel, arsenali, quartieri interi. Ma non può distruggere da sola una domanda di giustizia, di dignità, di riconoscimento.

Lo stesso vale per Hezbollah e il Libano. Israele può colpire depositi, comandanti, infrastrutture militari. Hezbollah può rispondere con razzi e attacchi. Ma alla fine il sud del Libano resta instabile, Israele resta sotto minaccia, il Libano resta ostaggio di equilibri regionali più grandi di lui. Nessuno vince davvero. Tutti restano prigionieri della prossima esplosione.

Poi è arrivato lo scontro tra Stati Uniti e Iran. Anche qui, la guerra sembrava presentarsi come una scorciatoia: colpire, piegare, costringere l’avversario a cedere. Ma alla fine, dopo settimane di tensione e il rischio di una crisi energetica mondiale, si torna comunque a un memorandum, a una trattativa, a un tavolo negoziale. È forse questa la lezione più evidente: anche quando la guerra sembra inevitabile, alla fine deve lasciare spazio alla politica. Il problema è che spesso lo fa dopo aver prodotto distruzioni che si potevano evitare.

Il punto non è negare il diritto alla difesa. L’Ucraina ha diritto a difendersi dall’aggressione russa. Israele ha diritto alla sicurezza. I palestinesi hanno diritto a vivere liberi dall’occupazione e dalla devastazione. Gli Stati hanno il diritto di proteggere i propri cittadini. Ma il diritto alla difesa non può trasformarsi in una religione della guerra permanente. La sicurezza, quando non è accompagnata da una visione politica, diventa solo amministrazione della paura.

La vera domanda, oggi, non è se la guerra possa talvolta essere necessaria. La vera domanda è: può la guerra essere una strategia sufficiente? Gli ultimi anni sembrano rispondere di no. La guerra può fermare un’avanzata, indebolire un nemico, modificare temporaneamente un equilibrio. Ma non costruisce fiducia, non crea istituzioni condivise, non riconcilia popoli, non produce futuro.

In Ucraina, prima o poi, si dovrà discutere di garanzie di sicurezza, confini, ricostruzione, rapporti tra Russia ed Europa. A Gaza, prima o poi, si dovrà tornare alla questione politica palestinese. In Libano, prima o poi, si dovrà affrontare il nodo dello Stato, delle milizie e della sovranità. Con l’Iran, prima o poi, si dovrà parlare di nucleare, sanzioni, sicurezza regionale e ruolo delle potenze esterne.

Questo “prima o poi” è il vero fallimento della politica contemporanea. Perché quasi sempre arriva tardi. Arriva dopo i cimiteri, dopo le città distrutte, dopo milioni di profughi, dopo economie devastate, dopo generazioni traumatizzate.

La pace, invece, continua a essere trattata come un’ingenuità. Chi parla di pace viene spesso accusato di debolezza, di idealismo, di non capire la realtà. Ma forse è vero il contrario: oggi è proprio la guerra permanente a essere diventata la grande illusione. L’idea che si possa bombardare un problema fino a farlo sparire è una delle più pericolose semplificazioni del nostro tempo.

La pace non è buonismo. Non è resa. Non è dimenticare le responsabilità. La pace è una costruzione politica difficile, spesso più difficile della guerra. Richiede coraggio, compromessi, garanzie, memoria, giustizia possibile e non solo vendetta. Richiede leader capaci di pensare oltre il giorno dopo, oltre il sondaggio, oltre la pressione dei falchi.

Forse è arrivato il momento di rovesciare la domanda. Non più: “Chi ha paura della guerra?”. Ma: “Chi ha paura della pace?”. Perché la pace obbliga a immaginare un ordine diverso. Obbliga a riconoscere l’esistenza dell’altro. Obbliga a rinunciare alla comodità del nemico assoluto. Obbliga a costruire, mentre la guerra permette solo di distruggere e rimandare.

Le guerre degli ultimi anni hanno parlato abbastanza. Hanno dimostrato la loro potenza distruttiva, ma anche la loro povertà politica. Hanno mostrato che si può vincere una battaglia e perdere comunque il futuro. Hanno confermato che nessuna regione può vivere indefinitamente dentro la logica dell’assedio, della rappresaglia e della vendetta.

Ora bisogna avere il coraggio di ascoltare un’altra logica: quella della pace. Non come sogno astratto, ma come necessità storica. Perché senza una visione di pace, il mondo continuerà a passare da una guerra all’altra, da una tregua fragile a una nuova esplosione, senza mai uscire davvero dalla propria prigione.

La guerra ha avuto il suo tempo. Ha promesso soluzioni e ha prodotto nuovi problemi. Se vogliamo evitare che il futuro sia soltanto la ripetizione più tecnologica delle tragedie del passato, bisogna tornare a pensare la pace non come una pausa tra due guerre, ma come il vero progetto politico del nostro tempo.

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Da Suez 1956 a Hormuz 2026: quando le rotte ridisegnano il potere globale

Dalla crisi del Canale di Suez alle tensioni nello Stretto di Hormuz, il controllo dei passaggi strategici torna centrale. Ma oggi la sfida si gioca sempre più sul terreno economico e finanziario, tra ruolo degli Stati Uniti e avanzata della Cina.

Rainews (07-04-2026).

Nel 1956, durante la Crisi di Suez, il controllo di un passaggio strategico come il Canale di Suez si trasformò in uno spartiacque geopolitico. La nazionalizzazione decisa da Gamal Abdel Nasser provocò un intervento militare di Francia, Regno Unito e Israele, ma il vero esito della crisi non fu determinato sul campo. Furono gli Stati Uniti a imporre lo stop, anche attraverso leve finanziarie, segnando il ridimensionamento definitivo delle potenze europee e l’inizio di un nuovo equilibrio internazionale.

A distanza di quasi settant’anni, le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz riportano al centro un nodo simile: la sicurezza delle rotte energetiche e il controllo dei flussi globali. Una quota significativa del petrolio mondiale transita da questo stretto, rendendolo uno dei punti più sensibili del sistema economico internazionale.

Come nel caso di Suez, il rischio immediato è quello di un’escalation militare. Ma il livello più profondo della crisi riguarda la dimensione economica e finanziaria. Il controllo delle rotte non si traduce soltanto in influenza strategica, ma incide anche sul sistema con cui questi flussi vengono regolati, a partire dalla centralità del dollaro nelle transazioni energetiche.

Gli Stati Uniti restano il principale garante della sicurezza marittima nella regione e mantengono una superiorità militare che non ha equivalenti. Tuttavia, mentre Washington presidia lo spazio strategico, un altro attore consolida la propria posizione sul piano economico: la Cina guidata da Xi Jinping.

Negli ultimi anni, Pechino ha rafforzato i rapporti commerciali con i Paesi del Golfo, ha investito in infrastrutture e ha avviato accordi energetici che, in alcuni casi, prevedono l’uso di valute alternative al dollaro. Si tratta di un processo graduale, ancora limitato nei numeri, ma significativo nella direzione. L’obiettivo non è sostituire nell’immediato il sistema esistente, quanto piuttosto diversificarlo.

In questo quadro, le tensioni nello Stretto di Hormuz rischiano di avere un effetto che va oltre la sicurezza energetica. Le crisi prolungate tendono a spingere i Paesi coinvolti a cercare strumenti alternativi per ridurre la dipendenza da un’unica valuta o da un unico sistema finanziario. È in questo spazio che la strategia cinese può trovare margini di crescita.

Il parallelo con Suez aiuta a leggere questa dinamica. Nel 1956, il confronto su un’infrastruttura strategica accelerò un cambiamento negli equilibri globali. Oggi, le tensioni su Hormuz potrebbero contribuire a una trasformazione più graduale ma altrettanto rilevante: quella di un sistema economico internazionale meno centrato su un unico attore e su una sola valuta.

Non si tratta di un passaggio immediato. Il dollaro resta il principale punto di riferimento per i mercati globali, sostenuto dalla profondità finanziaria degli Stati Uniti e dalla fiducia internazionale. Ma i segnali di una progressiva diversificazione sono sempre più evidenti.

In questo contesto, la competizione tra potenze assume una forma diversa rispetto al passato. Accanto alla dimensione militare, resta centrale quella economica e finanziaria. E, come già accaduto in passato, il risultato finale potrebbe dipendere meno dagli sviluppi sul terreno e più dalla capacità di influenzare le regole del sistema globale.

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Zouhir Louassini

Giornalista e scrittore. Dottore di ricerca in Studi Semitici (Università di Granada, Spagna). Lavora a Rai News dal 2001. Editorialista su “L’Osservatore Romano” dal 2016 al 2020. Visiting professor in varie università italiane e straniere. Ha collaborato con diversi quotidiani e siti arabi, tra cui Hespress, al-Hayat, Lakome e al-Alam.
Ha pubblicato vari articoli sul mondo arabo in giornali e riviste spagnole (El Pais, Ideas-Afkar).
Ha pubblicato Qatl al-Arabi (Uccidere l’arabo) e Fi Ahdhan Condoleezza wa bidun khassaer fi al Arwah (“En brazos de Condoleezza pero sin bajas”), entrambi scritti in arabo e tradotti in spagnolo.
Ha Collaborato con Radio BBC arabic, Medi1 (Marocco).

Marocco, Islam