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L’Iran, Israele e il puzzle di un Medio Oriente in fiamme: ma la vera minaccia è l’Islam politico

L’attacco di Teheran a Israele è stato più una risposta simbolica che effettiva. Ma per capire il nuovo scenario che si sta delineando bisogna andare oltre gli schemi consueti

Di Zouhir Louassini (Rainews)

Il giornalista libanese Jihad al-Khazen, alla vigilia degli attentati dell’11 settembre 2001, affermava: “L’Occidente non può vincere la sua battaglia contro il terrorismo se ancora non sa distinguere tra un imam e un prete.” Nel suo articolo pubblicato su Al-Hayat, al-Khazen evidenziava come l’approccio superficiale verso il mondo dell’Islam, sia da parte della stampa che dei politici occidentali, generi confusione, impedendo di affrontare i veri problemi che hanno portato al caos in vasti settori del mondo arabo e islamico.

L’attacco iraniano contro Israele, avvenuto tra sabato e domenica scorsa, ha scatenato un’altra ondata di analisi volta a interpretare la strategia di Teheran. Queste analisi vedono la realtà sciita come antagonista del mondo sunnita, spesso percepito come un alleato naturale di Israele. Gli Accordi di Abramo sono interpretati, in questo contesto, come prova di un’intesa segreta che ha evitato danni maggiori a Tel Aviv.

Considerare la rivoluzione iraniana una mera espressione dello sciismo è limitativo. È essenziale ampliare l’orizzonte per comprendere questa rivoluzione nel suo vero contesto, quello dell’islam politico. Questa prospettiva ci permette di capire il sostegno deciso e continuo che la Repubblica Islamica ha offerto per anni a Hamas, di orientamento sunnita, e ad altri movimenti emergenti dalla Fratellanza Musulmana, fondata in Egitto nel 1928. La forza di questi movimenti si è manifestata durante la primavera araba, con l’ascesa al potere di Mohammad Morsi in Egitto e di al-Nahda in Tunisia. Solo comprendendo il significato dell’islam politico possiamo interpretare l’alleanza tra il Qatar sunnita, principale finanziatore dei movimenti islamisti, la Turchia sunnita con il modello di successo rappresentato da Erdogan, e l’Iran sciita, percepito nell’immaginario arabo e islamico come un baluardo contro l'”imperialismo americano”.

Le affinità intellettuali tra l’Iran (sciita) e la fratellanza (sunnita) sono evidenti: l’ayatollah Ali Khamenei ha tradotto in persiano le opere di Sayid Qutb, un intellettuale della Fratellanza Musulmana giustiziato nelle prigioni egiziane nel 1966.

Nel 1953, il sunnita Qutb incontrava a Gerusalemme il sciita Navvâb Safavi, predicatore e fondatore dei Fedâ’iyân-e Islam, responsabili dell’uccisione di liberali e tecnocrati iraniani tra gli anni 1940 e 1960. Come sottolineava il tunisino Rached Ghannouchi, questo movimento è visto come l’erede dei Fratelli Musulmani in Iran.

Numerosi sono gli esempi che dimostrano le affinità politiche evidenti tra la rivoluzione iraniana e i Fratelli Musulmani. Fin dalla sua fondazione, la Repubblica Islamica è stata un modello per importanti leader dei Fratelli Musulmani, dal libanese Fathi Yakan al tunisino Rached Ghannouchi, fondatore del Movimento della Tendenza Islamica (MTI) – il futuro movimento Ennahda – e molti altri che vedono nella rivoluzione iraniana un esempio da seguire per riportare le loro società a un Islam considerato più puro.

Nel giugno del 2012, Mohamed Morsi, esponente del partito Libertà e Giustizia e legato ai Fratelli Musulmani egiziani, è stato eletto presidente della Repubblica. L’Iran, manifestando entusiasmo, ha applaudito la sua elezione. Solo due mesi dopo, Morsi ha visitato l’Iran in occasione del Vertice dei paesi non allineati. Questa visita ha rappresentato un evento storico: dal 1979, anno in cui l’Egitto firmò un trattato di pace con Israele, l’Iran aveva interrotto le relazioni diplomatiche con il Cairo. Tuttavia, dopo 33 anni di relazioni interrotte, un presidente egiziano è stato nuovamente accolto a Teheran, e non un presidente qualsiasi, ma un membro dei Fratelli Musulmani.

Questo entusiasmo spiega la condanna iraniana del rovesciamento di Morsi da parte dell’esercito egiziano, avvenuto nel luglio 2013, durante il quale l’Iran ha comunicato ufficialmente agli egiziani di non considerare i Fratelli Musulmani come un’organizzazione terroristica.

Nel febbraio del 2016, Oussama Hamdan, incaricato delle relazioni esterne per il movimento palestinese, ha visitato Teheran. Dopo una serie di incontri con i funzionari iraniani, il comunicato di Hamas è stato inequivocabile: si prospettava l’apertura di una “nuova pagina” nelle relazioni con Teheran. La questione palestinese è profondamente legata all’ideologia iraniana: nonostante le divergenze sulla crisi siriana, il sostegno dell’Iran a Hamas è rimasto costante nel tempo.

Solo considerando l’evoluzione dell’islam politico si possono comprendere appieno le mosse iraniane: l’attacco a Israele è stato più una risposta simbolica che effettiva. Questo si è verificato similmente quattro anni fa, quando gli Stati Uniti hanno ucciso il comandante della Forza Quds iraniana, Qasem Soleimani. L’Iran aveva necessità di una reazione simbolica per mantenere la propria immagine e ha chiesto di poterlo fare. Gli Stati Uniti hanno consentito all’Iran di attaccare la propria base aerea di Ayn Al-Asad, assicurando che nessuno venisse ferito. Quindici missili sono stati lanciati contro la base, causando danni minori e senza perdite di vite umane. Qualcuno ha commentato ironicamente l’attacco proponendo l’Iran per il Premio Nobel per la Pace per essere riuscito a lanciare 15 missili senza uccidere nessuno.

È evidente che l’islam politico trae nutrimento da queste risposte simboliche per espandere il proprio seguito. Basta osservare i social media nel mondo arabo per notare l’eco positiva che rafforza l’immagine degli iraniani come ultimo baluardo contro “l’aggressione israeliana ai fratelli palestinesi di Gaza” e come l’unico paese islamico in lotta contro “il grande Satana”, come vengono chiamati gli Stati Uniti a Teheran.

I sondaggi dimostrano che l’ideologia della fratellanza sta guadagnando terreno ovunque. Secondo uno studio del Pew Research Center, una maggioranza schiacciante di musulmani intervistati in Indonesia (91%), Libano (58%), Pakistan (69%), Nigeria (82%), Egitto (85%) e Giordania (76%) desidera un maggiore peso dell’Islam nelle questioni politiche dei loro rispettivi paesi; la stessa tendenza si osserva in Turchia (38%). E’ una ricerca pubblicata nel 2010. Oggi sicuramente i numeri saranno assolutamente più importanti a favore del discorso islamista. Questo è il vero pericolo che si sta avvicinando. I paesi arabi che hanno scommesso sulla pace con Israele sono coscienti dell’uso iraniano e dell’islam politico della causa palestinese. Questi paesi mantengono, contro le proprie opinioni pubbliche, rapporti con Israele con la speranza di risolvere la questione in un modo soddisfacente che passa obbligatoriamente per la nascita di uno Stato Palestinese. Netanyahu e suo governo devono capire questa esigenza. L’Iran – e da anni –  mira a destabilizzare i paesi arabi con l’aiuto della sua quinta colonna formata da un islam politico che per arrivare ai suoi obiettivi non si ferma davanti a niente. La sconfitta politica o militare non significa in nessun modo la fine di una ideologia, quella dell’islam politico, dove c’è poco islam e molta politica.

Chi desidera analizzare la situazione attuale in Medio Oriente dovrebbe prendere in mano una mappa e osservare attentamente gli sviluppi recenti nella regione. In Iraq, lo Stato è praticamente assente, sostituito dalla milizia sciita al-Hashd al-Shaabi. In Siria, lo Stato è ridotto all’ombra di se stesso, con Bashar al-Assad, sempre più grato per il supporto iraniano e disposto ad accettare una crescente influenza di Teheran. In Libano, lo Stato è evanescente, dominato dal partito sciita Hezbollah, che segue le direttive di Teheran. Nello Yemen, la situazione è simile: non esiste più un governo centrale, ma solo le milizie sciite degli Houthi, anch’esse sotto l’influenza di Teheran. Se l’Occidente e Israele non hanno ancora compreso la portata di questi cambiamenti, allora la frase di Jihad al-Khazen, scritta 23 anni fa, rimane sorprendentemente attuale.

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Ceuta e Melilla, cronologia di una crisi mai risolta

I fatti del 30 luglio riaprono una questione mai chiusa, mentre nel dossier entrano anche Washington, NATO e Unione Europea. E a pagare il prezzo più alto sono ancora una volta le persone

Due parole della Costituzione marocchina aiutano a capire perché ogni crisi intorno a Ceuta e Melilla finisca per diventare qualcosa di più di una questione migratoria.

Sono «حدوده الحقة», hududihi al-haqqa: i suoi «confini autentici».

L’articolo 42 della Costituzione del 2011 affida al re il compito di garantire «l’indipendenza del Paese e l’integrità territoriale del Regno entro i suoi confini autentici». Non dice quali siano. Non nomina Ceuta e Melilla. Ma la formula rimanda a una questione che accompagna il Marocco moderno fin dall’indipendenza.

Con la Spagna, Rabat ha portato avanti nel tempo diverse rivendicazioni territoriali: Tarfaya, Sidi Ifni, Sahara occidentale. Ceuta e Melilla, insieme agli altri territori sotto sovranità spagnola lungo la costa nordafricana, restano il punto sul quale le letture dei due paesi sono inconciliabili.

Per Madrid non c’è nulla da discutere: Ceuta e Melilla sono Spagna. Per Rabat la questione territoriale rimane invece aperta e viene letta nel quadro di una decolonizzazione considerata incompleta.

Non è soltanto storia. È anche geografia.

Hassan II, padre del re attuale, lo spiegava già nel 1980 con una formula destinata a diventare uno degli argomenti della diplomazia marocchina: per il sovrano era inaccettabile, dal punto di vista dell’equilibrio strategico, che «un solo Stato» potesse controllare entrambe le sponde dello Stretto. E collegava esplicitamente la rivendicazione spagnola su Gibilterra a quella marocchina su Ceuta e Melilla.

Quasi mezzo secolo dopo, la geografia non è cambiata.

È cambiato tutto quello che le sta intorno.

Marocco e Spagna sono diventati due paesi profondamente interdipendenti. Commercio, investimenti, immigrazione, sicurezza, lotta al terrorismo. Una grande comunità marocchina vive in Spagna e la cooperazione tra Madrid e Rabat è diventata essenziale per entrambi.

Ed è qui che emerge il primo paradosso.

La Spagna chiede al Marocco di collaborare al controllo di una frontiera la cui sovranità Rabat contesta. Uno dei pilastri della politica migratoria spagnola — e in parte europea — dipende dunque dalla collaborazione del paese che rivendica proprio i territori che quella frontiera delimita.

Un equilibrio che ha funzionato molte volte. Ma anche un equilibrio fragile.

Il 30 luglio quella fragilità è apparsa in tutta la sua evidenza.

In poche ore decine di migliaia di persone si sono dirette verso Ceuta. Giovani, famiglie, minori. Molti sono entrati in acqua. Madrid ha mobilitato le forze di sicurezza e l’esercito. Rabat ha poi contribuito a fermare gli attraversamenti e collaborato ai rientri. Secondo le autorità spagnole, circa 72.000 persone sono entrate a Ceuta e circa 70.000 sono successivamente tornate in Marocco.
Resta da capire perché tutto questo sia accaduto proprio in quel momento. E su questo, almeno per ora, non esiste una risposta definitiva.
C’è una spiegazione sociale: disoccupazione, disuguaglianze e mancanza di prospettive per una parte della gioventù marocchina. A questo si sono aggiunte informazioni, e false informazioni, circolate sui social network sulla possibilità di entrare facilmente a Ceuta.
C’è poi l’ipotesi politica: l’immigrazione potrebbe essere stata utilizzata come strumento di pressione contro Madrid. Il precedente del 2021 rende inevitabile la domanda, ma nel caso del 30 luglio non esistono finora elementi pubblici sufficienti per trasformare un’ipotesi in una certezza.
E c’è una terza lettura, che riguarda il Marocco stesso.
La crisi esplode nei giorni della Festa del Trono, nel momento simbolicamente più importante dell’anno politico marocchino. Le immagini di migliaia di giovani disposti a rischiare la vita per raggiungere Ceuta contrastano inevitabilmente con la narrazione di un paese in crescita, impegnato in grandi infrastrutture e in un rapido processo di modernizzazione.
Anche per questo resta aperta un’altra domanda: quanto di ciò che è accaduto va letto attraverso il rapporto con la Spagna e quanto, invece, attraverso dinamiche interne marocchine?
Intorno alla crisi sono nate anche interpretazioni geopolitiche più ampie.

Dieci giorni prima, il 20 luglio, Pedro Sánchez era stato ad Algeri. Davanti al presidente Abdelmadjid Tebboune aveva definito l’Algeria un «paese amico» e un «partner strategico», segnando una nuova fase nei rapporti tra Madrid e il grande rivale regionale del Marocco.
Poi c’è Washington.
Un rapporto della Commissione Bilancio della Camera dei Rappresentanti americana, datato 30 aprile e collegato al progetto di finanziamento del Dipartimento di Stato per il 2027, prevede almeno 40 milioni di dollari di assistenza al Marocco: 20 milioni per programmi di sicurezza e altri 20 per finanziamenti militari.

Ma subito dopo utilizza una formulazione molto più interessante politicamente.

Il documento definisce Ceuta e Melilla città «amministrate dalla Spagna» situate «in territorio marocchino», ricorda la storica rivendicazione di Rabat e sostiene gli sforzi del Segretario di Stato per incoraggiare un dialogo diplomatico tra Marocco e Spagna sul loro «status futuro».

Non significa che gli Stati Uniti abbiano riconosciuto la sovranità marocchina su Ceuta e Melilla. Non è così. Si tratta del rapporto della Commissione Appropriations della Camera, non di una modifica formale della posizione americana.

Ma il dato politico resta: un linguaggio molto vicino alla tradizionale rivendicazione marocchina è entrato in un documento ufficiale del Congresso degli Stati Uniti.

E soprattutto vi è entrato tre mesi prima della crisi.

La coincidenza ha inevitabilmente alimentato anche le interpretazioni di chi legge quanto accaduto a Ceuta nel quadro delle difficili relazioni tra Pedro Sánchez e Donald Trump. Ma, allo stato attuale, non esistono prove pubbliche che permettano di collegare Washington agli avvenimenti del 30 luglio. La suggestione geopolitica non può essere confusa con un fatto.

Anche la NATO entra inevitabilmente nel dibattito. La posizione di Ceuta e Melilla rispetto alla garanzia di difesa collettiva è da tempo oggetto di discussione, anche per la delimitazione geografica contenuta nell’articolo 6 del Trattato Atlantico. Madrid insiste sul principio di una sicurezza dell’Alleanza «a 360 gradi». In Spagna è inoltre tornata la richiesta di rendere più esplicita la protezione delle due città.

E poi c’è l’Unione Europea.

Ceuta e Melilla sono territorio spagnolo e quindi parte dell’Unione, pur con uno status particolare. Per Bruxelles rappresentano anche una frontiera esterna. Dopo la crisi, i ministri dell’Interno europei si sono riuniti d’urgenza.

Ma anche qui ritorna lo stesso paradosso: per proteggere quella frontiera, Spagna ed Europa hanno bisogno della collaborazione del Marocco, il paese che ne contesta la sovranità.

Si può discutere di NATO, sicurezza europea, migrazioni, Washington e nuovi equilibri nel Mediterraneo. Si può continuare, come Madrid e Rabat hanno fatto per decenni, a mettere tra parentesi la questione territoriale per salvaguardare una relazione troppo importante per entrambi.

Ma la geografia resta quella che è.

Ceuta e Melilla si trovano sulla costa africana. Per la Spagna sono parte integrante del territorio nazionale. Per il Marocco rappresentano una questione di integrità territoriale ancora aperta. Due posizioni opposte che settant’anni di diplomazia hanno consentito di gestire, non di conciliare.

E forse è questo che il 30 luglio ha riportato alla superficie.

Ma c’è un’ultima contabilità, più importante di quella geopolitica.

Quella delle vite.

Almeno 75 persone sono morte durante la crisi, secondo l’ultimo bilancio comunicato dalle autorità. Molte sono annegate tentando di raggiungere Ceuta. Centinaia di minori sono rimasti dall’altra parte della frontiera, mentre in Marocco alcune famiglie continuano a cercare figli e parenti di cui hanno perso le tracce.

Probabilmente quelle persone non sapevano nulla dell’articolo 6 della NATO. Non avevano letto la Costituzione marocchina né il rapporto del Congresso americano. E difficilmente pensavano agli equilibri strategici dello Stretto mentre entravano in acqua.

Cercavano semplicemente di arrivare dall’altra parte.

È forse questa l’unica certezza di una crisi ancora piena di domande: gli Stati possono discutere per decenni di confini, sovranità e geopolitica. Ma quando quelle frontiere diventano terreno di scontro, il prezzo più alto continua a essere pagato dalle persone.

Zouhir Louassini

Rainews 24 (06/08/2026)

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La guerra ha parlato, ora bisogna ascoltare la pace

Perché senza una visione di pace, il mondo continuerà a passare da una guerra all’altra, da una tregua fragile a una nuova esplosione, senza mai uscire davvero dalla propria prigione

Zouhir Louassini. Rainews 17-06-2026

Negli ultimi anni il mondo ha vissuto dentro una lunga illusione: che la guerra potesse risolvere ciò che la politica non riusciva più a governare. Dall’Ucraina al Medio Oriente, da Gaza al Libano, fino allo scontro diretto tra Stati Uniti e Iran, si è ripetuta la stessa promessa: un colpo decisivo, una pressione militare sufficiente, una vittoria capace di cambiare definitivamente i rapporti di forza.

Ma dopo anni di distruzioni, morti, sfollamenti, crisi energetiche e diplomazie interrotte, una domanda si impone con forza: quale guerra ha davvero risolto qualcosa?

La guerra tra Russia e Ucraina doveva, nelle intenzioni di Mosca, ridefinire rapidamente gli equilibri strategici dell’Europa orientale. È diventata invece una guerra lunga, logorante, costosa, senza una vera soluzione politica. La Russia non ha ottenuto una vittoria definitiva. L’Ucraina non ha potuto riconquistare interamente il proprio territorio. L’Europa ha scoperto la propria vulnerabilità strategica. Gli Stati Uniti hanno dovuto sostenere un impegno enorme. Il risultato è un continente più armato, più diviso, più insicuro.

Anche in Medio Oriente, la logica della forza ha mostrato tutti i suoi limiti. La guerra di Israele contro Hamas ha prodotto devastazione immensa a Gaza, ma non ha cancellato la questione palestinese. Ha colpito duramente Hamas, ma non ha risolto il problema politico da cui Hamas stesso trae parte della propria forza: l’assenza di uno Stato palestinese, la frustrazione di un popolo, la mancanza di un orizzonte credibile. Una guerra può distruggere tunnel, arsenali, quartieri interi. Ma non può distruggere da sola una domanda di giustizia, di dignità, di riconoscimento.

Lo stesso vale per Hezbollah e il Libano. Israele può colpire depositi, comandanti, infrastrutture militari. Hezbollah può rispondere con razzi e attacchi. Ma alla fine il sud del Libano resta instabile, Israele resta sotto minaccia, il Libano resta ostaggio di equilibri regionali più grandi di lui. Nessuno vince davvero. Tutti restano prigionieri della prossima esplosione.

Poi è arrivato lo scontro tra Stati Uniti e Iran. Anche qui, la guerra sembrava presentarsi come una scorciatoia: colpire, piegare, costringere l’avversario a cedere. Ma alla fine, dopo settimane di tensione e il rischio di una crisi energetica mondiale, si torna comunque a un memorandum, a una trattativa, a un tavolo negoziale. È forse questa la lezione più evidente: anche quando la guerra sembra inevitabile, alla fine deve lasciare spazio alla politica. Il problema è che spesso lo fa dopo aver prodotto distruzioni che si potevano evitare.

Il punto non è negare il diritto alla difesa. L’Ucraina ha diritto a difendersi dall’aggressione russa. Israele ha diritto alla sicurezza. I palestinesi hanno diritto a vivere liberi dall’occupazione e dalla devastazione. Gli Stati hanno il diritto di proteggere i propri cittadini. Ma il diritto alla difesa non può trasformarsi in una religione della guerra permanente. La sicurezza, quando non è accompagnata da una visione politica, diventa solo amministrazione della paura.

La vera domanda, oggi, non è se la guerra possa talvolta essere necessaria. La vera domanda è: può la guerra essere una strategia sufficiente? Gli ultimi anni sembrano rispondere di no. La guerra può fermare un’avanzata, indebolire un nemico, modificare temporaneamente un equilibrio. Ma non costruisce fiducia, non crea istituzioni condivise, non riconcilia popoli, non produce futuro.

In Ucraina, prima o poi, si dovrà discutere di garanzie di sicurezza, confini, ricostruzione, rapporti tra Russia ed Europa. A Gaza, prima o poi, si dovrà tornare alla questione politica palestinese. In Libano, prima o poi, si dovrà affrontare il nodo dello Stato, delle milizie e della sovranità. Con l’Iran, prima o poi, si dovrà parlare di nucleare, sanzioni, sicurezza regionale e ruolo delle potenze esterne.

Questo “prima o poi” è il vero fallimento della politica contemporanea. Perché quasi sempre arriva tardi. Arriva dopo i cimiteri, dopo le città distrutte, dopo milioni di profughi, dopo economie devastate, dopo generazioni traumatizzate.

La pace, invece, continua a essere trattata come un’ingenuità. Chi parla di pace viene spesso accusato di debolezza, di idealismo, di non capire la realtà. Ma forse è vero il contrario: oggi è proprio la guerra permanente a essere diventata la grande illusione. L’idea che si possa bombardare un problema fino a farlo sparire è una delle più pericolose semplificazioni del nostro tempo.

La pace non è buonismo. Non è resa. Non è dimenticare le responsabilità. La pace è una costruzione politica difficile, spesso più difficile della guerra. Richiede coraggio, compromessi, garanzie, memoria, giustizia possibile e non solo vendetta. Richiede leader capaci di pensare oltre il giorno dopo, oltre il sondaggio, oltre la pressione dei falchi.

Forse è arrivato il momento di rovesciare la domanda. Non più: “Chi ha paura della guerra?”. Ma: “Chi ha paura della pace?”. Perché la pace obbliga a immaginare un ordine diverso. Obbliga a riconoscere l’esistenza dell’altro. Obbliga a rinunciare alla comodità del nemico assoluto. Obbliga a costruire, mentre la guerra permette solo di distruggere e rimandare.

Le guerre degli ultimi anni hanno parlato abbastanza. Hanno dimostrato la loro potenza distruttiva, ma anche la loro povertà politica. Hanno mostrato che si può vincere una battaglia e perdere comunque il futuro. Hanno confermato che nessuna regione può vivere indefinitamente dentro la logica dell’assedio, della rappresaglia e della vendetta.

Ora bisogna avere il coraggio di ascoltare un’altra logica: quella della pace. Non come sogno astratto, ma come necessità storica. Perché senza una visione di pace, il mondo continuerà a passare da una guerra all’altra, da una tregua fragile a una nuova esplosione, senza mai uscire davvero dalla propria prigione.

La guerra ha avuto il suo tempo. Ha promesso soluzioni e ha prodotto nuovi problemi. Se vogliamo evitare che il futuro sia soltanto la ripetizione più tecnologica delle tragedie del passato, bisogna tornare a pensare la pace non come una pausa tra due guerre, ma come il vero progetto politico del nostro tempo.

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Da Suez 1956 a Hormuz 2026: quando le rotte ridisegnano il potere globale

Dalla crisi del Canale di Suez alle tensioni nello Stretto di Hormuz, il controllo dei passaggi strategici torna centrale. Ma oggi la sfida si gioca sempre più sul terreno economico e finanziario, tra ruolo degli Stati Uniti e avanzata della Cina.

Rainews (07-04-2026).

Nel 1956, durante la Crisi di Suez, il controllo di un passaggio strategico come il Canale di Suez si trasformò in uno spartiacque geopolitico. La nazionalizzazione decisa da Gamal Abdel Nasser provocò un intervento militare di Francia, Regno Unito e Israele, ma il vero esito della crisi non fu determinato sul campo. Furono gli Stati Uniti a imporre lo stop, anche attraverso leve finanziarie, segnando il ridimensionamento definitivo delle potenze europee e l’inizio di un nuovo equilibrio internazionale.

A distanza di quasi settant’anni, le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz riportano al centro un nodo simile: la sicurezza delle rotte energetiche e il controllo dei flussi globali. Una quota significativa del petrolio mondiale transita da questo stretto, rendendolo uno dei punti più sensibili del sistema economico internazionale.

Come nel caso di Suez, il rischio immediato è quello di un’escalation militare. Ma il livello più profondo della crisi riguarda la dimensione economica e finanziaria. Il controllo delle rotte non si traduce soltanto in influenza strategica, ma incide anche sul sistema con cui questi flussi vengono regolati, a partire dalla centralità del dollaro nelle transazioni energetiche.

Gli Stati Uniti restano il principale garante della sicurezza marittima nella regione e mantengono una superiorità militare che non ha equivalenti. Tuttavia, mentre Washington presidia lo spazio strategico, un altro attore consolida la propria posizione sul piano economico: la Cina guidata da Xi Jinping.

Negli ultimi anni, Pechino ha rafforzato i rapporti commerciali con i Paesi del Golfo, ha investito in infrastrutture e ha avviato accordi energetici che, in alcuni casi, prevedono l’uso di valute alternative al dollaro. Si tratta di un processo graduale, ancora limitato nei numeri, ma significativo nella direzione. L’obiettivo non è sostituire nell’immediato il sistema esistente, quanto piuttosto diversificarlo.

In questo quadro, le tensioni nello Stretto di Hormuz rischiano di avere un effetto che va oltre la sicurezza energetica. Le crisi prolungate tendono a spingere i Paesi coinvolti a cercare strumenti alternativi per ridurre la dipendenza da un’unica valuta o da un unico sistema finanziario. È in questo spazio che la strategia cinese può trovare margini di crescita.

Il parallelo con Suez aiuta a leggere questa dinamica. Nel 1956, il confronto su un’infrastruttura strategica accelerò un cambiamento negli equilibri globali. Oggi, le tensioni su Hormuz potrebbero contribuire a una trasformazione più graduale ma altrettanto rilevante: quella di un sistema economico internazionale meno centrato su un unico attore e su una sola valuta.

Non si tratta di un passaggio immediato. Il dollaro resta il principale punto di riferimento per i mercati globali, sostenuto dalla profondità finanziaria degli Stati Uniti e dalla fiducia internazionale. Ma i segnali di una progressiva diversificazione sono sempre più evidenti.

In questo contesto, la competizione tra potenze assume una forma diversa rispetto al passato. Accanto alla dimensione militare, resta centrale quella economica e finanziaria. E, come già accaduto in passato, il risultato finale potrebbe dipendere meno dagli sviluppi sul terreno e più dalla capacità di influenzare le regole del sistema globale.

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Zouhir Louassini

Giornalista e scrittore. Dottore di ricerca in Studi Semitici (Università di Granada, Spagna). Lavora a Rai News dal 2001. Editorialista su “L’Osservatore Romano” dal 2016 al 2020. Visiting professor in varie università italiane e straniere. Ha collaborato con diversi quotidiani e siti arabi, tra cui Hespress, al-Hayat, Lakome e al-Alam.
Ha pubblicato vari articoli sul mondo arabo in giornali e riviste spagnole (El Pais, Ideas-Afkar).
Ha pubblicato Qatl al-Arabi (Uccidere l’arabo) e Fi Ahdhan Condoleezza wa bidun khassaer fi al Arwah (“En brazos de Condoleezza pero sin bajas”), entrambi scritti in arabo e tradotti in spagnolo.
Ha Collaborato con Radio BBC arabic, Medi1 (Marocco).

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