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Noi cresciuti con lo spettro del terremoto di Agadir. Ma questo di Al Hawz è davvero enorme

Non occorre molta persuasione per convincere un topo che un gatto nero porta sfortuna. Per un marocchino, la sola menzione di terremoti risveglia memorie e sentimenti profondi.

Siamo cresciuti all’ombra di un racconto che sembra quasi leggendario sul terremoto che ha devastato Agadir nel 1960. Oltre dodicimila vittime in una popolazione che allora non superava i dieci milioni. A noi bambini sembrava una di quelle storie raccontate per spaventare.

In Marocco non si discute se ci saranno terremoti, ma quando accadranno. In un fatalismo in cui il sentimento religioso si intreccia con la leggenda, il terremoto del Hawz non ha sorpreso molti: dopotutto, siamo in un paese da sempre a rischio.

Quello che ha davvero sorpreso è stata la magnitudo del sisma, di tale intensità e così vicino alla superficie. Stiamo parlando del terremoto più devastante nella storia del paese. Lo dicono specialisti come Jérôme Van der Woerd,  sismologo  dell’Istituto “Terre et Environnement” del CNRS di Strasburgo, che ha dichiarato in un’intervista a Ouest France: questo terremoto “dovrebbe cambiare la percezione degli scienziati riguardo a questa zona”.

È il momento per tutti noi di cambiare visione. La solidarietà mostrata verso il Marocco è un raggio di speranza di cui c’è tanto bisogno. Scene di fraternità che rimarranno impresse nella storia di questa nazione nordafricana, testimoniano, ancora una volta, la capacità umana di superare le proprie limitazioni.

Nelle città marocchine, donatori di sangue formano lunghe code. Medici e infermieri stranieri, in vacanza a Marrakech, hanno trasformato la celebre piazza Jamaa al Fna in un ospedale a cielo aperto. Donne e uomini scavano incessantemente in cerca di sopravvissuti, illustrando la straordinaria generosità umana.

La stampa marocchina ha raccontato storie ancora più cupe: intere famiglie scomparse, innumerevoli orfani e distruzione diffusa. Questo rappresenta un profondo dramma per un paese chiamato a rispondere alla sua principale sfida: prendersi cura dei più vulnerabili, che, come spesso accade, hanno sopportato il peso maggiore di una tragedia purtroppo prevedibile.

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La guerra ha parlato, ora bisogna ascoltare la pace

Perché senza una visione di pace, il mondo continuerà a passare da una guerra all’altra, da una tregua fragile a una nuova esplosione, senza mai uscire davvero dalla propria prigione

Zouhir Louassini. Rainews 17-06-2026

Negli ultimi anni il mondo ha vissuto dentro una lunga illusione: che la guerra potesse risolvere ciò che la politica non riusciva più a governare. Dall’Ucraina al Medio Oriente, da Gaza al Libano, fino allo scontro diretto tra Stati Uniti e Iran, si è ripetuta la stessa promessa: un colpo decisivo, una pressione militare sufficiente, una vittoria capace di cambiare definitivamente i rapporti di forza.

Ma dopo anni di distruzioni, morti, sfollamenti, crisi energetiche e diplomazie interrotte, una domanda si impone con forza: quale guerra ha davvero risolto qualcosa?

La guerra tra Russia e Ucraina doveva, nelle intenzioni di Mosca, ridefinire rapidamente gli equilibri strategici dell’Europa orientale. È diventata invece una guerra lunga, logorante, costosa, senza una vera soluzione politica. La Russia non ha ottenuto una vittoria definitiva. L’Ucraina non ha potuto riconquistare interamente il proprio territorio. L’Europa ha scoperto la propria vulnerabilità strategica. Gli Stati Uniti hanno dovuto sostenere un impegno enorme. Il risultato è un continente più armato, più diviso, più insicuro.

Anche in Medio Oriente, la logica della forza ha mostrato tutti i suoi limiti. La guerra di Israele contro Hamas ha prodotto devastazione immensa a Gaza, ma non ha cancellato la questione palestinese. Ha colpito duramente Hamas, ma non ha risolto il problema politico da cui Hamas stesso trae parte della propria forza: l’assenza di uno Stato palestinese, la frustrazione di un popolo, la mancanza di un orizzonte credibile. Una guerra può distruggere tunnel, arsenali, quartieri interi. Ma non può distruggere da sola una domanda di giustizia, di dignità, di riconoscimento.

Lo stesso vale per Hezbollah e il Libano. Israele può colpire depositi, comandanti, infrastrutture militari. Hezbollah può rispondere con razzi e attacchi. Ma alla fine il sud del Libano resta instabile, Israele resta sotto minaccia, il Libano resta ostaggio di equilibri regionali più grandi di lui. Nessuno vince davvero. Tutti restano prigionieri della prossima esplosione.

Poi è arrivato lo scontro tra Stati Uniti e Iran. Anche qui, la guerra sembrava presentarsi come una scorciatoia: colpire, piegare, costringere l’avversario a cedere. Ma alla fine, dopo settimane di tensione e il rischio di una crisi energetica mondiale, si torna comunque a un memorandum, a una trattativa, a un tavolo negoziale. È forse questa la lezione più evidente: anche quando la guerra sembra inevitabile, alla fine deve lasciare spazio alla politica. Il problema è che spesso lo fa dopo aver prodotto distruzioni che si potevano evitare.

Il punto non è negare il diritto alla difesa. L’Ucraina ha diritto a difendersi dall’aggressione russa. Israele ha diritto alla sicurezza. I palestinesi hanno diritto a vivere liberi dall’occupazione e dalla devastazione. Gli Stati hanno il diritto di proteggere i propri cittadini. Ma il diritto alla difesa non può trasformarsi in una religione della guerra permanente. La sicurezza, quando non è accompagnata da una visione politica, diventa solo amministrazione della paura.

La vera domanda, oggi, non è se la guerra possa talvolta essere necessaria. La vera domanda è: può la guerra essere una strategia sufficiente? Gli ultimi anni sembrano rispondere di no. La guerra può fermare un’avanzata, indebolire un nemico, modificare temporaneamente un equilibrio. Ma non costruisce fiducia, non crea istituzioni condivise, non riconcilia popoli, non produce futuro.

In Ucraina, prima o poi, si dovrà discutere di garanzie di sicurezza, confini, ricostruzione, rapporti tra Russia ed Europa. A Gaza, prima o poi, si dovrà tornare alla questione politica palestinese. In Libano, prima o poi, si dovrà affrontare il nodo dello Stato, delle milizie e della sovranità. Con l’Iran, prima o poi, si dovrà parlare di nucleare, sanzioni, sicurezza regionale e ruolo delle potenze esterne.

Questo “prima o poi” è il vero fallimento della politica contemporanea. Perché quasi sempre arriva tardi. Arriva dopo i cimiteri, dopo le città distrutte, dopo milioni di profughi, dopo economie devastate, dopo generazioni traumatizzate.

La pace, invece, continua a essere trattata come un’ingenuità. Chi parla di pace viene spesso accusato di debolezza, di idealismo, di non capire la realtà. Ma forse è vero il contrario: oggi è proprio la guerra permanente a essere diventata la grande illusione. L’idea che si possa bombardare un problema fino a farlo sparire è una delle più pericolose semplificazioni del nostro tempo.

La pace non è buonismo. Non è resa. Non è dimenticare le responsabilità. La pace è una costruzione politica difficile, spesso più difficile della guerra. Richiede coraggio, compromessi, garanzie, memoria, giustizia possibile e non solo vendetta. Richiede leader capaci di pensare oltre il giorno dopo, oltre il sondaggio, oltre la pressione dei falchi.

Forse è arrivato il momento di rovesciare la domanda. Non più: “Chi ha paura della guerra?”. Ma: “Chi ha paura della pace?”. Perché la pace obbliga a immaginare un ordine diverso. Obbliga a riconoscere l’esistenza dell’altro. Obbliga a rinunciare alla comodità del nemico assoluto. Obbliga a costruire, mentre la guerra permette solo di distruggere e rimandare.

Le guerre degli ultimi anni hanno parlato abbastanza. Hanno dimostrato la loro potenza distruttiva, ma anche la loro povertà politica. Hanno mostrato che si può vincere una battaglia e perdere comunque il futuro. Hanno confermato che nessuna regione può vivere indefinitamente dentro la logica dell’assedio, della rappresaglia e della vendetta.

Ora bisogna avere il coraggio di ascoltare un’altra logica: quella della pace. Non come sogno astratto, ma come necessità storica. Perché senza una visione di pace, il mondo continuerà a passare da una guerra all’altra, da una tregua fragile a una nuova esplosione, senza mai uscire davvero dalla propria prigione.

La guerra ha avuto il suo tempo. Ha promesso soluzioni e ha prodotto nuovi problemi. Se vogliamo evitare che il futuro sia soltanto la ripetizione più tecnologica delle tragedie del passato, bisogna tornare a pensare la pace non come una pausa tra due guerre, ma come il vero progetto politico del nostro tempo.

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Da Suez 1956 a Hormuz 2026: quando le rotte ridisegnano il potere globale

Dalla crisi del Canale di Suez alle tensioni nello Stretto di Hormuz, il controllo dei passaggi strategici torna centrale. Ma oggi la sfida si gioca sempre più sul terreno economico e finanziario, tra ruolo degli Stati Uniti e avanzata della Cina.

Rainews (07-04-2026).

Nel 1956, durante la Crisi di Suez, il controllo di un passaggio strategico come il Canale di Suez si trasformò in uno spartiacque geopolitico. La nazionalizzazione decisa da Gamal Abdel Nasser provocò un intervento militare di Francia, Regno Unito e Israele, ma il vero esito della crisi non fu determinato sul campo. Furono gli Stati Uniti a imporre lo stop, anche attraverso leve finanziarie, segnando il ridimensionamento definitivo delle potenze europee e l’inizio di un nuovo equilibrio internazionale.

A distanza di quasi settant’anni, le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz riportano al centro un nodo simile: la sicurezza delle rotte energetiche e il controllo dei flussi globali. Una quota significativa del petrolio mondiale transita da questo stretto, rendendolo uno dei punti più sensibili del sistema economico internazionale.

Come nel caso di Suez, il rischio immediato è quello di un’escalation militare. Ma il livello più profondo della crisi riguarda la dimensione economica e finanziaria. Il controllo delle rotte non si traduce soltanto in influenza strategica, ma incide anche sul sistema con cui questi flussi vengono regolati, a partire dalla centralità del dollaro nelle transazioni energetiche.

Gli Stati Uniti restano il principale garante della sicurezza marittima nella regione e mantengono una superiorità militare che non ha equivalenti. Tuttavia, mentre Washington presidia lo spazio strategico, un altro attore consolida la propria posizione sul piano economico: la Cina guidata da Xi Jinping.

Negli ultimi anni, Pechino ha rafforzato i rapporti commerciali con i Paesi del Golfo, ha investito in infrastrutture e ha avviato accordi energetici che, in alcuni casi, prevedono l’uso di valute alternative al dollaro. Si tratta di un processo graduale, ancora limitato nei numeri, ma significativo nella direzione. L’obiettivo non è sostituire nell’immediato il sistema esistente, quanto piuttosto diversificarlo.

In questo quadro, le tensioni nello Stretto di Hormuz rischiano di avere un effetto che va oltre la sicurezza energetica. Le crisi prolungate tendono a spingere i Paesi coinvolti a cercare strumenti alternativi per ridurre la dipendenza da un’unica valuta o da un unico sistema finanziario. È in questo spazio che la strategia cinese può trovare margini di crescita.

Il parallelo con Suez aiuta a leggere questa dinamica. Nel 1956, il confronto su un’infrastruttura strategica accelerò un cambiamento negli equilibri globali. Oggi, le tensioni su Hormuz potrebbero contribuire a una trasformazione più graduale ma altrettanto rilevante: quella di un sistema economico internazionale meno centrato su un unico attore e su una sola valuta.

Non si tratta di un passaggio immediato. Il dollaro resta il principale punto di riferimento per i mercati globali, sostenuto dalla profondità finanziaria degli Stati Uniti e dalla fiducia internazionale. Ma i segnali di una progressiva diversificazione sono sempre più evidenti.

In questo contesto, la competizione tra potenze assume una forma diversa rispetto al passato. Accanto alla dimensione militare, resta centrale quella economica e finanziaria. E, come già accaduto in passato, il risultato finale potrebbe dipendere meno dagli sviluppi sul terreno e più dalla capacità di influenzare le regole del sistema globale.

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La stampa araba accoglie con entusiasmo “La strategia del pesce nano”.

Un’attenzione crescente e un giudizio ampiamente positivo accompagnano l’uscita del romanzo La strategia del pesce nano dello scrittore e giornalista marocchino Zouhir Louassini, come emerge da diversi articoli pubblicati nella stampa araba nelle ultime settimane.

Il primo, apparso su Elaph il 24 febbraio 2026, presenta il libro come un’opera capace di intrecciare storia e immaginazione, riportando il lettore nella Tangeri del 1890, in un momento cruciale segnato dalle tensioni tra potenze straniere e autorità locali. L’articolo insiste soprattutto sulla dimensione narrativa e simbolica del romanzo: la città diventa un vero e proprio personaggio, mentre l’indagine sulla morte dell’italiano Mauro Cantagalli si trasforma in una chiave di lettura più ampia dei rapporti di forza e delle dinamiche di potere dell’epoca.

al-Alam al-Thaqafi 2 aprile 2026

A questa lettura si aggiunge quella pubblicata il 2 aprile 2026 nel supplemento culturale del quotidiano marocchino Al-Alam, che offre un’analisi più approfondita e critica dell’opera. Come si legge nella pagina culturale , il romanzo viene descritto come un lavoro che combina rigore documentario e libertà creativa, capace di restituire la complessità della fine del XIX secolo senza cadere nel didascalismo storico. L’accento è posto sulla costruzione narrativa, sulla densità dei personaggi e sulla capacità di trasformare la storia in uno spazio aperto di interrogazione, più che in una semplice ricostruzione del passato.

Particolare rilievo viene dato anche al significato simbolico del titolo: pesce “nano” non rappresenta una debolezza, ma una strategia di sopravvivenza fondata sull’intelligenza, sulla capacità di adattamento e sulla lettura dei rapporti di forza. In questa prospettiva, il romanzo viene interpretato come una riflessione più ampia sulle dinamiche del potere e sulle possibilità di resistenza in contesti dominati da attori più forti.

A completare questo quadro si inserisce anche la lettura proposta da Le Bouclage, che sottolinea come il romanzo non si limiti a ricostruire il passato, ma utilizzi la storia come strumento per interrogare il presente. L’articolo insiste sulla capacità dell’autore di trasformare la narrazione storica in una riflessione contemporanea sui rapporti di forza, evidenziando come la vicenda di Tangeri diventi metafora delle dinamiche geopolitiche attuali, dove anche gli attori più “piccoli” possono ritagliarsi spazi di manovra attraverso strategie intelligenti e flessibili.

Nel complesso, questi contributi restituiscono l’immagine di un’opera che ha trovato un’accoglienza molto favorevole nell’ambiente culturale marocchino e arabo. Da un lato, viene apprezzata la qualità letteraria e la costruzione narrativa; dall’altro, il valore dell’opera risiede nella sua capacità di interrogare la storia e di proporre una lettura originale delle relazioni tra identità, sovranità e influenza straniera.

Un riconoscimento che segna, per l’autore, un ingresso riuscito nel panorama della narrativa storica, con un romanzo capace di parlare al presente attraverso il passato.

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Marocco, Islam