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In Somalia “morte al chilometro”.

L’Osservatore Romano Settimanale (19 ottobre 2017)

Furono parole molto dure quelle pronunciate nel 2015 da un sopravvissuto all’attentato di Garissa, in Kenya, nel quale i jihadisti sterminarono 147 studenti cristiani: «Questa strage non avrà nessuna ripercussione — previde il superstite — perché non è stato ucciso nessun bianco». È questa l’impressione di tanti, convinti che centinaia di morti africani valgano meno di uno o pochi occidentali. E i media non fanno altro che confermare le differenze tra nord e sud.

L’indignazione dell’opinione pubblica internazionale dopo gli attentati terroristici è selettiva. Come si spiegherebbe altrimenti il quasi totale silenzio mediatico dopo la strage di Mogadiscio del 14 ottobre? Possiamo solo immaginare quali prime pagine avremmo letto e quante ore di diretta televisiva sarebbero state trasmesse se quei 300 morti anziché somali fossero stati europei o americani. Molti media — è vero — hanno dato la notizia. Ma pochissimi l’hanno considerata degna della prima pagina, anche se si è trattato dell’attentato più grave della pur tormentata storia somala: 300 morti, altrettanti feriti, 100 dispersi.

Lavoro nel mondo dell’informazione. Capisco, quindi, la logica basata sulla distanza: più un avvenimento è lontano geograficamente, meno interesse crea nell’opinione pubblica. Tra noi giornalisti, con cinismo, questo fenomeno viene chiamato «morte al chilometro»: si stabilisce cioè una sorta di relazione tra l’entità del disastro e la distanza che separa da dove si è verificato.

Nel villaggio globale questo non è più accettabile. Se si informa onestamente non ci si può limitare a rafforzare, di fatto, gli stereotipi più vieti; bisognerebbe invece non contribuire a consolidare quel grumo di pregiudizi che amplificano le ingiuste differenze tra gli esseri umani e le idee razziste secondo le quali si dovrebbero accettare come dato di natura le gerarchie tra persone.

La logica mediatica che prende in considerazione solo la prossimità non può più essere il metodo di selezione delle notizie adottato dalle grandi testate. Questo atteggiamento sta diventando un problema molto serio per chi vuole ragionare sul mondo in termini più fraterni. Urge una visione più globale e meno angusta: una visione che guardi la terra davvero come uno spazio condiviso tra tutti gli appartenenti all’umanità.
Uno spazio chiuso e autoreferenziale: ecco cosa sta diventando il mondo dell’informazione. Il pericolo che stiamo correndo non è solo deontologico. È soprattutto quello di orientare l’opinione pubblica sollecitandone gli istinti e non la ragione. Così si finisce per privilegiare la percezione della realtà sui fatti, l’emozione fuggevole sul principio di verità.

Continuare a proporre una lettura del mondo come se ruotasse soltanto intorno a noi occidentali: è questo che ci sta facendo perdere le tante, infinite sfumature della realtà. Il risultato è testimoniato dalla nostra superficialità, per non dire da quel senso di superiorità che siamo usi mostrare quando trattiamo con il “resto del mondo”.

Tornando alla Somalia, i terroristi di al-Shabab hanno capito e sanno come sfruttare questa logica mediatica. Basta non toccare obiettivi strategici occidentali e tutto andrà bene, non ci saranno ingerenze internazionali. Meno mediatizzato di altri gruppi jihadisti, questo movimento — affiliato ad al-Qaeda — sta diventando il gruppo terroristico più mortale dell’intera Africa. Nel solo 2016 ha ucciso 4200 persone contro le 3500 vittime di Boko Haram. Intanto i politici occidentali, come quelli africani, restano inerti. E al di là dell’indignazione e delle condanne non vengono proposte alternative reali per fermare il cancro della violenza terroristica. Segreterie e cancellerie vogliono valutare e pesare bene la risonanza mediatica di quello che succede in Somalia prima di decidere qualcosa. Per il momento, nessun segnale: l’elettroencefalogramma è piatto.

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Da Suez 1956 a Hormuz 2026: quando le rotte ridisegnano il potere globale

Dalla crisi del Canale di Suez alle tensioni nello Stretto di Hormuz, il controllo dei passaggi strategici torna centrale. Ma oggi la sfida si gioca sempre più sul terreno economico e finanziario, tra ruolo degli Stati Uniti e avanzata della Cina.

Rainews (07-04-2026).

Nel 1956, durante la Crisi di Suez, il controllo di un passaggio strategico come il Canale di Suez si trasformò in uno spartiacque geopolitico. La nazionalizzazione decisa da Gamal Abdel Nasser provocò un intervento militare di Francia, Regno Unito e Israele, ma il vero esito della crisi non fu determinato sul campo. Furono gli Stati Uniti a imporre lo stop, anche attraverso leve finanziarie, segnando il ridimensionamento definitivo delle potenze europee e l’inizio di un nuovo equilibrio internazionale.

A distanza di quasi settant’anni, le tensioni attorno allo Stretto di Hormuz riportano al centro un nodo simile: la sicurezza delle rotte energetiche e il controllo dei flussi globali. Una quota significativa del petrolio mondiale transita da questo stretto, rendendolo uno dei punti più sensibili del sistema economico internazionale.

Come nel caso di Suez, il rischio immediato è quello di un’escalation militare. Ma il livello più profondo della crisi riguarda la dimensione economica e finanziaria. Il controllo delle rotte non si traduce soltanto in influenza strategica, ma incide anche sul sistema con cui questi flussi vengono regolati, a partire dalla centralità del dollaro nelle transazioni energetiche.

Gli Stati Uniti restano il principale garante della sicurezza marittima nella regione e mantengono una superiorità militare che non ha equivalenti. Tuttavia, mentre Washington presidia lo spazio strategico, un altro attore consolida la propria posizione sul piano economico: la Cina guidata da Xi Jinping.

Negli ultimi anni, Pechino ha rafforzato i rapporti commerciali con i Paesi del Golfo, ha investito in infrastrutture e ha avviato accordi energetici che, in alcuni casi, prevedono l’uso di valute alternative al dollaro. Si tratta di un processo graduale, ancora limitato nei numeri, ma significativo nella direzione. L’obiettivo non è sostituire nell’immediato il sistema esistente, quanto piuttosto diversificarlo.

In questo quadro, le tensioni nello Stretto di Hormuz rischiano di avere un effetto che va oltre la sicurezza energetica. Le crisi prolungate tendono a spingere i Paesi coinvolti a cercare strumenti alternativi per ridurre la dipendenza da un’unica valuta o da un unico sistema finanziario. È in questo spazio che la strategia cinese può trovare margini di crescita.

Il parallelo con Suez aiuta a leggere questa dinamica. Nel 1956, il confronto su un’infrastruttura strategica accelerò un cambiamento negli equilibri globali. Oggi, le tensioni su Hormuz potrebbero contribuire a una trasformazione più graduale ma altrettanto rilevante: quella di un sistema economico internazionale meno centrato su un unico attore e su una sola valuta.

Non si tratta di un passaggio immediato. Il dollaro resta il principale punto di riferimento per i mercati globali, sostenuto dalla profondità finanziaria degli Stati Uniti e dalla fiducia internazionale. Ma i segnali di una progressiva diversificazione sono sempre più evidenti.

In questo contesto, la competizione tra potenze assume una forma diversa rispetto al passato. Accanto alla dimensione militare, resta centrale quella economica e finanziaria. E, come già accaduto in passato, il risultato finale potrebbe dipendere meno dagli sviluppi sul terreno e più dalla capacità di influenzare le regole del sistema globale.

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La stampa araba accoglie con entusiasmo “La strategia del pesce nano”.

Un’attenzione crescente e un giudizio ampiamente positivo accompagnano l’uscita del romanzo La strategia del pesce nano dello scrittore e giornalista marocchino Zouhir Louassini, come emerge da diversi articoli pubblicati nella stampa araba nelle ultime settimane.

Il primo, apparso su Elaph il 24 febbraio 2026, presenta il libro come un’opera capace di intrecciare storia e immaginazione, riportando il lettore nella Tangeri del 1890, in un momento cruciale segnato dalle tensioni tra potenze straniere e autorità locali. L’articolo insiste soprattutto sulla dimensione narrativa e simbolica del romanzo: la città diventa un vero e proprio personaggio, mentre l’indagine sulla morte dell’italiano Mauro Cantagalli si trasforma in una chiave di lettura più ampia dei rapporti di forza e delle dinamiche di potere dell’epoca.

al-Alam al-Thaqafi 2 aprile 2026

A questa lettura si aggiunge quella pubblicata il 2 aprile 2026 nel supplemento culturale del quotidiano marocchino Al-Alam, che offre un’analisi più approfondita e critica dell’opera. Come si legge nella pagina culturale , il romanzo viene descritto come un lavoro che combina rigore documentario e libertà creativa, capace di restituire la complessità della fine del XIX secolo senza cadere nel didascalismo storico. L’accento è posto sulla costruzione narrativa, sulla densità dei personaggi e sulla capacità di trasformare la storia in uno spazio aperto di interrogazione, più che in una semplice ricostruzione del passato.

Particolare rilievo viene dato anche al significato simbolico del titolo: pesce “nano” non rappresenta una debolezza, ma una strategia di sopravvivenza fondata sull’intelligenza, sulla capacità di adattamento e sulla lettura dei rapporti di forza. In questa prospettiva, il romanzo viene interpretato come una riflessione più ampia sulle dinamiche del potere e sulle possibilità di resistenza in contesti dominati da attori più forti.

A completare questo quadro si inserisce anche la lettura proposta da Le Bouclage, che sottolinea come il romanzo non si limiti a ricostruire il passato, ma utilizzi la storia come strumento per interrogare il presente. L’articolo insiste sulla capacità dell’autore di trasformare la narrazione storica in una riflessione contemporanea sui rapporti di forza, evidenziando come la vicenda di Tangeri diventi metafora delle dinamiche geopolitiche attuali, dove anche gli attori più “piccoli” possono ritagliarsi spazi di manovra attraverso strategie intelligenti e flessibili.

Nel complesso, questi contributi restituiscono l’immagine di un’opera che ha trovato un’accoglienza molto favorevole nell’ambiente culturale marocchino e arabo. Da un lato, viene apprezzata la qualità letteraria e la costruzione narrativa; dall’altro, il valore dell’opera risiede nella sua capacità di interrogare la storia e di proporre una lettura originale delle relazioni tra identità, sovranità e influenza straniera.

Un riconoscimento che segna, per l’autore, un ingresso riuscito nel panorama della narrativa storica, con un romanzo capace di parlare al presente attraverso il passato.

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La strategia del pesce nano in arabo

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Marocco, Islam